L’importanza di chiamarsi Edi

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31 Gennaio 2011, 11:19

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Edinson Cavani vola con la maglia color del cielo. E a Palermo lo piangiamo con i lacrimoni che usano accompagnare e sottolineare la tristezza dei coccodrilli. Il rimpianto non sta (sol)tanto nella dipartita dell’uruguagio che volle comunque dipartire fermamente e sportivamente per lo spleen dell’incompreso. Il singhiozzo si arresta un attimo prima, sulla soglia del dissidio, dell’incapacità di capire il vero volto di Edi: non un onesto faticatore. E’ un campione d’oro zecchino, un goleador che fu tragicamente scambiato per un talentuoso portatore d’acqua, da allocare sulla fascia.
Lo ricordiamo Edi, con un gran gol alla Fiorentina, all’esordio. Un destro al volo nell’incrocio di un inutilmente volante Frey. Guidolin aggrottò le sopracciglia: quel giovanotto scompaginava i piani della sua aurea mediocritas. Infatti, la stella uruguagia in divenire, a poco a poco, scomparve. Qualcuno chiese al Ciclista in conferenza stampa: “Com’è che Cavani non scende mai in campo?”. Guido cangiò colore, dal rosa carne al rosso pompeiano. Prima dell’attacco cardiaco, ebbe modo di mormorare stizzito: “Guardi, è un ragazzo che non parla nemmeno bene l’italiano”. E stramazzò sull’addetto stampa.

Da allora, una serie di equivoci e raggiri mediatici. Con Edi che supplicava il mister di turno: “Senor, io sono una prima punta, una prima punta”. Un sorriso patetico di risposta, come si fa con gli scimunitelli. E l’ordine: corri Edi, corri! Cavani, correndo, correndo, divorando praterie su praterie, perdeva confidenza con la rete che guatava con occhi distanti, intrisi di malinconia. Quando, finalmente, galoppava fino alla meta, crollava sulla riga bianca per troppa stanchezza. Non si uccidono così anche i sogni? Da qui, la voglia naturale di mettere le ambizioni in valigia, alla volta di Napulè.

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All’ombra del Vesuvio, Edi ha incontrato un pittoresco allenatore, con i capelli alla foto da barbiere. Però uno bravo.  Mazzarri ha spezzato le doghe della botte in cui il nostro era confinato e da cui chiedeva di essere liberato, salvato. Cavani ha ritrovato il sorriso e la gioia del bambino che riprende in mano il suo giocattolo preferito, il leccalecca, l’orsacchiotto di pezza. Felice, ha stretto al cuore il suo cuore generoso di ragazzo e non si è fermato più. Gol, gol, gol.  Con buona pace dei coccodrilli che, un tempo, non lo amavano e adesso piangono per lui, per la magia che è ormai il tesoro di altri occhi. Basta lacrime e squame. La stella di Edi brilla giustamente altrove.

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31 Gennaio 2011, 11:19

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