Lina Wertmuller a Catania| E l’abbraccio con Tuccio Musumeci

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23 Maggio 2015, 18:13

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CATANIA – Ci voleva un workshop per far rincontrare due maestri del cinema e del teatro. Si tratta del catanesissimo Tuccio Musumeci e di Lina Wertmuller, la regista degli ormai classici “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto” e “Pasqualino Settebellezze”, quest’ultimo le valse addirittura la triplice nomination all’Oscar nel 1977. I due avevano lavorato assieme in “Mimì metallurgico ferito nell’onore”. Era il 1972. Il protagonista fu un altro grandissimo, Giancarlo Giannini. Oggi si sono incontrati nel Centro studi laboratorio d’arte di via Caronda. Saette dagli occhi quando si sono rivisti. Lei sorridente. Lui emozionato, ma galante. Alla Wertmuller scappa addirittura una carezza sulla sua guancia. Un dettaglio quasi materno, che si aggiunge al fatto che ancora oggi lo chiama “ragazzino”. E se lo dice lei, c’è poco da aggiungere. Non fosse altro che quando si tratta di domande, ha il dono di schivarle o con altre domande o con dei “non lo so” dal sapore giocoso. Parlano però gli occhi e gli occhiali, soprattutto la montatura. Ed è così che glissa finemente su Giannini. Forse perché ha risposto fin troppe volte a domande su di lui. Quando sente il nome della Melato, scatta invece un disegno di approvazione sulle labbra.

Menomale che c’è Tuccio Musumeci a deliziare giornalisti e attori in erba. Parlerebbe per ore e ore. Ricorda nomi e situazioni remoti nel tempo. Ed è grazie a questi che solo oggi si scopre come dietro la perfetta dizione siciliana, con alcune linee di catanese, che sfoggiò Giannini prendendo letteralmente a ceffoni Mariangela Melato su di un’isola deserta, ci fosse lui, oltre a Turi Ferro. E parte il racconto: “Vi dico che scese un mese prima delle riprese a Catania e comprò al mercato le mie cassette. Così imparò”. Non solo conosceva il catanese, Giannini è sempre stato un artista a tutto tondo: “Era davvero preparato come attore. Ricordo che eravamo a Genova, era un ragazzino e aveva vinto la Noce d’oro. Già allora tutti dicevano di lui che fosse bravissimo. Per me è stato il più grande attore italiano”.

un momento della conferenza stampa

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Ricorda tutto Musumeci e anche di più. Anche la Wertmuller pende dalle sue labbra, nonostante quei racconti la riguardino in prima persona. E rievocando le riprese di “Mimì Metallurgico”, racconta: “Allora, cercavi uno rossiccio e bassotto per una parte. Fu trovato un campagnolo, un contadino. Non era mai sceso a Catania e lo alloggiarono all’Hotel Costa. Quando la produzione lo andò a prendere, non lo trovarono perché si era addirittura perso la sera prima. Dopo ché fu ritrovato, iniziammo a lavorare. Pur di farlo recitare, gli facevi dire le battute con i numeri. Uno-due-tre-quattro. Lui lo faceva. Ma solo dopo che scandiva i numeri guardava l’obiettivo. Andammo così avanti per una settimana, poi fu cambiato”.

Episodio gustoso, non c’è che dire. Tutto questo mentre la regista se la ride. Appunto perché ricorda perfettamente quelle ore e non solo quelle. Ma il ritratto che di lei dipinge Musumeci ci dice anche dell’altro. Del lato oscuro di una delle più grandi registe italiane.“Attenti, lei è nervosissima”, sottolinea. “Non perché la vedete così…”, aggiunge con un lemma tutto catanese. E parte un nuovo aneddoto: “Ricordo che una volta eravamo nelle campagne di Siracusa. C’era Giannini in macchina con noi. Ad un certo punto scese dall’auto, si mise a correre gridando ‘Basta, non ce la faccio più”. Il commento della Wertmuller? “Ragazzi viziati”. Ma oltre gli aneddoti è uno accaduto oggi che vale come cifra della sua grandezza. Mentre stampa e studenti la interrogano su di una carriera a dir poco straordinaria, è la voce di un infante che la manda letteralmente in delirio. Proprio così. E pur d’inquadrarlo, ha interrotto ogni altra discussione. Almeno lei, in fondo, si può permettere questo e altro.

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23 Maggio 2015, 18:13

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