L’otto marzo di Martina Giangrande | “Quei giorni al mare con papà”

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08 Marzo 2014, 06:00

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PALERMO- Cosa puoi chiedere a una ragazza che ha visto suo padre a terra e insieme si sono rialzati? Cosa potrebbe raccontare che non abbia già raccontato, Martina Giangrande, figlia di Giuseppe, carabiniere ferito a Palazzo Chigi in una sparatoria folle e inspiegabile, il 28 aprile scorso? Sei a casa o altrove e ti telefonano, per dirti che papà è stato colpito da un pazzo, che forse muore. Poi ti diranno che magari ce la farà, ma non tornerà più l’uomo che era prima. E ti senti come uno che ha visto entrare un treno in camera da letto. Martina quel treno l’ha avvistato, lanciato a bomba contro la sua vita. Ha assorbito l’impatto. Si è ripresa. Sorride davanti ai microfoni dei cronisti che l’interrogano nel salotto del circolo ufficiali di Palermo. E le chiediamo perché e percome. Come hai fatto a mantenere la calma? Come sei riuscita a non impazzire? Perché la normalità dimentica i prodigi che sa compiere, quando arriva il treno.

Appare adorabile e un po’ strana, nella sua bellezza ignota alla banalità,  questa ragazza di venti anni più qualcuno che spiega il miracolo e il sudore, come se riferisse delle ricette di un libro di cucina. “E’ chiaro – dice Martina, in Sicilia per ritirare il premio ‘Donnattiva’ – che ho dovuto modificare le mie priorità. Avevo dei progetti. Ho lasciato il mio lavoro. Sto sempre con papà. Ha bisogno di me. Io ho bisogno di lui”. La mamma, Letizia, non c’è più. Giuseppe combatte in ospedale ogni giorno. Però Martina Giangrande non dà mai l’impressione di essere davvero sola. E’ sempre accompagnata da qualcosa o da qualcuno. Scherza. Se deve prestarsi a pose per riempire le telecamere e i tg non si sottrae. La sua voce argentina squilla: “Io non so di cosa parlare”. Mentre i giornalisti si avvicendano fra tavolini e poltrone per porgerle taccuino e microfono, cadenza: “Avanti un altro”. Senza un’oncia di fastidio per noi che frughiamo nelle sue cose private. Una stretta di mano per tutti. Una risposta per tutti.

La sua bacheca su Facebook è piena di messaggini di auguri, di abbracci virtuali che vorrebbero diventare concreti. E la domanda sottotraccia è la stessa: come fai, come ci riesci? Martina scuote piano la testa, vorrebbe spiegare quello che abbiamo sotto gli occhi e non riusciamo proprio a capire: che oggi vai al negozio per la spesa e domani sei un eroe.

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“E’ stato difficile – dice Martina, come ha già detto tante volte – quando è successo il discorso di papà mamma era morta da poco e stavo cercando di abituarmi all’idea, ammesso che sia possibile abituarsi. Ci siamo sostenuti a vicenda, mettendo insieme quello che avevamo, le parole, i silenzi. Papà ha avuto una ricaduta a gennaio, è stata bruttissima. La situazione va meglio. Ho dovuto abbandonare il lavoro. Ci ho molto pensato, ma non c’era altro da fare. Quando sono con lui, mi stampo un bel sorriso in faccia”. All’inizio era più complicato sorridere. C’erano i cocci da rimettere a posto. Adesso avverti che la tranquillità di Martina Giangrande è una conquista faticosa e consolidata. La serenità di chi è cresciuto in una famiglia sana, con genitori insieme per venticinque anni, prima che Letizia andasse via, prima che Giuseppe rimanesse ferito dalla follia di un mostro. Si chiama Luigi Preiti. La figlia del carabiniere l’ha incontrato al processo e ha raccontato il suo sgomento: “Eravamo a pochi passi, ci siamo guardati negli occhi. Non mi è sembrato un pazzo: uno può essere arrabbiato, depresso, ma se è pazzo lo si vede dagli occhi”.

Ho avvertito la fiducia e l’affetto di tante persone – conferma Martina, nell’attesa che le consegnino il premio – e ci ha fatto bene. Ci ha permesso di andare avanti”. I cronisti si susseguono. Tocca a Livesicilia. Cosa chiederle? Noi veramente vorremmo sapere quale è stato il giorno più bello della tua vita e scusa l’effetto Marzullo. “Prima di quello che sta accadendo?”. Sì. “E’ tosta ‘sta domanda… Ricordo le bellissime vacanze con papà e mamma. Venivamo spesso pure in Sicilia. Facevamo dei bagni splendidi. Soprattutto era bello potere stare l’uno accanto all’altro, per quei pochi momenti che papà aveva a disposizione”. Prima di questo, dice Martina. Significa che pure dopo quel 28 aprile ci sono stati attimi felici, che c’è stato il coraggio di essere felici. E’ una dichiarazione che conquista. Con il resto. Perciò la scelta non si discute: dedichiamo il nostro otto marzo – festa delle donne – a Martina Giangrande. Lo dedichiamo alla sua fragile tenacia di mimosa che ha colto l’essenziale. Ogni guscio umano può essere rovinato dalla cattiveria e dalla sventura. L’amore è protetto, intoccabile. L’amore è il frutto che quel guscio contiene.

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08 Marzo 2014, 06:00

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