L’ultimo saluto a Marco |tra rancore e lacrime

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08 Gennaio 2009, 09:49

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“Perché, perché, perché?”. La madre urla una domanda in tre copie di dolore. Il figlio non può più sentirla. Tra Marco Maiorana e Rossella Accardo c’è una breve distanza infinita. Puoi colmarla fisicamente, stendendo un braccio, tanto ci vuole dalla panca della chiesa al feretro candido. Ma un muro invalicabile separa e rende vana la tenerezza di ogni contatto desiderato. La madre vorrebbe una risposta che il figlio non può dare, nel ventre luminoso della parrocchia “Mater Misericordiae di via Liguria”. Non può spiegare, Marco, la scelta di quel volo nel cortile del commissariato “Libertà”, in una sera d’inverno. Un gesto su cui la Procura ha aperto un’inchiesta, per “un atto dovuto”. Non può indicare il fantasma che l’ha preso per le spalle e precipitato con le sue ali nere in un vortice di disperazione senza ritorno. Le urla di Rossella non riceveranno consolazione.

Dall’altro lato della navata, c’è la famiglia di Antonio Maiorana, il padre scomparso con Stefano. E’ il segno di una divisione non casuale, di una trincea che separa il lutto e fornisce, da un campo e dall’altro della canonica, opposti motivi di rancore. Il solco è stato scavato da accuse e difese, botte e risposte, a margine del mistero degli imprenditori spariti nel nulla, tra l’ex nuora e gli ex suoceri.
In fondo, ci sono i ragazzi, gli amici di Marco. Le loro lacrime sono innocenti. Anche l’atteggiamento delle due famiglie è diverso e segnala la lontananza. Rossella Accardo e il nonno materno esprimono con tenera violenza il male che li corrode. I pianti seguono le grida e gli abbracci. I signori Maiorana si stringono l’uno contro l’altro, sommessamente, discretamente. Come per cercare riparo dal gelo che viene da dentro. Talvolta socchiudono gli occhi, serrano le mani reciprocamente in un nodo indissolubile.
C’è una nutrita platea di cronisti per l’ennesima proiezione di un dramma popolare che promette puntate dense di morbose incognite. Il buco nero di Antonio e Stefano, il presunto avvistamento in terra di Spagna, nella scintillante e peccaminosa Barcellona. Il colpo di scena: quell’altro figlio di cui nessuno aveva parlato abbastanza che decide di diventare protagonista in una sera d’inverno. Un volo nell’azzurro, contro il duro suolo del commissariato. Il canto d’addio di Marco Maiorana. Perchè?, chiede ora sua madre.

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Chi era Marco? Era uno che scriveva sul web come molti ragazzi, esibendo un’allegria di cartapesta sistemata alla meno peggio per celare i pensieri che fanno sanguinare il cuore. Un cumulo di faccine e segni d’interpunzione, per nascondere la discarica della malinconia. Marco era però uno che amava la vita, che voleva divertirsi, che chiamava visi sorridenti intorno al suo volto di ragazzo pulito. Un peso l’ha trascinato giù, in questo legno, dentro questa chiesa. Don Caputo, l’officiante, lo benedice, pronuncia parole che fanno bene per quanto è possibile: “La misericordia di Dio non chiude la porta in faccia a nessuno. Siate una testimonianza di fede e di preghiera”. Altre parole da dire non ce ne sono. La messa procede verso il suo compimento, verso il congedo. “Dio dove sei?”, stavolta il grido è del nonno materno, mentre la bara scivola via, tra i fiori e le lacrime. E anche stavolta non ci sarà risposta.

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08 Gennaio 2009, 09:49

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