La mafia al tempo della cassata | Se un dolce è simbolo di potere

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01 Marzo 2015, 06:02

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PALERMO – La cassata come simbolo di potere. Chissà quale meccanismo psicologico scatta nella testa dei nuovi mafiosi. Il tipico dolce siciliano era già entrato nelle cronache giudiziarie degli ultimi anni. Di una mega cassata da 11 chili spedita da Palermo con destinazione casa Dell’Utri, a Milano, si era parlato nel processo al senatore azzurro come tassello utile a provare i suoi rapporti con i mafiosi che gli sono costati una condanna definitiva.

Un’altra volta la cassata era diventata sinonimo di sopraffazione per un pasticciere del Villaggio Santa Rosalia. Oltre ai soldi del pizzo i boss del clan di Pagliarelli si presentavano da Alessandro Marsicano e si facevano rilasciare buoni per centinaia di euro di merce che veniva poi distribuita ai picciotti. Un cadeau di Pasqua. Marsicano li denunciò. Proprio qualche giorno fa si è detto esasperato dalle continue minacce e pronto a chiudere l’attività.

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Ora le cassate entrano di nuovo in un’inchiesta antimafia, quella denominata Apocalisse 2 che il 9 febbraio scorso ha completato il giro di arresti iniziato a giugno e che ha azzerato le famiglie di Resuttana, Partanna Mondello, Zen, Acquasanta e Arenella. Ed è proprio in una macchina imbottita di microspie in giro per le strade dell’Arenella che la cassata torna protagonista. La vigila di Natale gli investigatori captarono la conversazione fra Pietro Magrì e i cugini Domenico e Gregorio Palazzotto. Non sono gli ultimi arrivati della nuova mafia visto che gli viene contestato il ruolo di capi e sono tutti e tre al carcere duro. Eppure fra un summit e l’altro trovavano il tempo di parlare di dolci. In ballo c’era la spartizione delle cassate. Quello di Gregorio aveva il tono del diktat, si doveva anche tenere conto dei fratelli Matassa, altri pezzi grossi della mafia di oggi: “… una di Filippo è… ed Agostino… gliela do ad Agostino non mi interessa…”. E Magrì si chiedeva: “… la mia cassata Filippo… quando me la deve dare?…”.

Ricevere una di quelle cassate significava fare parte della cerchia ristretta di chi comanda. Esservi dentro dava la possibilità di potersi gonfiare il petto d’orgoglio. Fuori era il posto dei picciotti costretti, invece, a stare nelle retrovie del signorsì. Un dato di cronaca: non è dato sapere chi e perché mise a disposizione quelle cassate; non è dato sapere se si trattò di un omaggio o di un’imposizione.

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01 Marzo 2015, 06:02

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