Il boss che voleva riformare la mafia

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30 Settembre 2014, 17:09

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PALERMO – “Faccio parte di Cosa nostra con mansioni direttive”. Sono le prime parole che Antonino Zarcone ha pronunciato, in aula, da aspirante collaboratore di giustizia. Parole che annunciano un terremoto all’interno delle cosche.

Basta rileggere le frasi di uno che la patente di collaboratore la tiene già in tasca, Sergio Flamia, per capire la portata del nuovo pentimento: “Prima degli arresti (si riferisce al blitz Pedro dei carabinieri che nel 2011 portò in cella anche Zarcone)… quello che girava tutto, era tutto attorno a Giulio Caporrimo e Alessandro D’Ambrogio, con Masino.. Di Giovanni… erano loro tre che giostravano un po’ tutta la situazione, con Antonino Messicati Vitale, con Nino Zarcone… diciamo che girava tutto intorno a loro”.

Un gradino sotto D’Ambrogio e Di Giovanni, indicati come leader del mandamento di Porta Nuova, e Caporrimo, capo indiscusso a San Lorenzo, c’era, dunque, Zarcone che comandava a Bagheria ma sedeva al tavolo di chi reggeva gran parte della mafia palermitana.

Ha iniziato come uomo del pizzo ed ha finito per diventare il perno di chissà quali affari. Quando i carabinieri lo arrestarono venne fuori il ruolo di vertice del neo aspirante collaboratore, condannato recentemente a 12 anni in primo grado. Da capo della famiglia di Altavilla Milicia era diventato reggente del mandamento di Bagheria, decimato dagli arresti. Zarcone, allora quarantenne, si era distinto per le sue idee riformatrici. Considerava “parassitaria” la distribuzione dei soldi del pizzo alle famiglie dei carcerati. “Si deve togliere questo discorso – diceva – si prende un’attività si ci apre, uno, due, tre, devono lavorare, se ne vanno tutti a lavorare, hanno le famiglie…”.

Il sistema di mera distribuzione degli utili doveva andare in soffitta. Era meglio aprire un’attività e “impostare” le persone in modo che lavorassero. Il pensiero di Zarcone trovava consenso in Nicola Milano e Tommaso Di Giovanni, co reggenti di Porta Nuova, a cui suggeriva di importare il modello bagherese: “Lo sai come facciamo da noi altri – spiegava – io che cosa faccio? Me ne vado al Comune, all’Ufficio Tecnico (…) prendi tutte le licenze, tutte le licenze che stanno per uscire, le licenze che stanno per uscire prima ancora di mettere mano dice: ‘La licenza… a chi l’hanno data la licenza?’. ‘A Tizio’, subito, ci sono due costruttori… perciò tu sai dov’è il terreno e non c’è lo sbancamento, se tu ci arrivi all’ultimo non ci puoi andare a dire che ci sono gli impegni fatti… invece tu ci devi andare in partenza, si va al Comune, prendi un impiegato del Comune e gli dici tutto quello che esce di appalti pubblici, gare di appalto… Così funziona a Bagheria, da me, appena loro… eee… escono (…) tu ci arrivi dall’ufficio…”.

Le sue teorie avevano fatto breccia. Piacevano soprattutto a Milano che propose a Di Giovanni di affidarsi completamente a Zarcone: “Masino noi ce ne andiamo da Nino e ce ne andiamo sicuri… abbiamo a che fare con uno solo e ci leviamo il pensiero Masino… perché vedi noi altri, parliamo chiaro, noi altri arriviamo a fatto compiuto. (…) Troviamo quella facciata, prendiamo i picciotti vai a prendere a quello e, facciamo prendere pure la galera, per dire, capisci che intendo dire (…) perché, lo sai perché, noi ci arriviamo proprio all’ultimo, all’ultimo, perché noi non vogliamo a nessuno”.

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E poi c’è il grande fiuto per gli affari. I carabinieri filmarono i frenetici incontri nella polleria di via Palmerino, di proprietà di Giuseppe Di Marco, insospettabile messaggero e autista del clan. Nel negozio si favecano spesso vivi Zarcone, Milano e Di Giovanni. Discutevano della spartizione del territorio e dei rapporti con il mandamento di Misilmeri e con la famiglia di Belmonte Mezzagno. Sul piatto c’era la questione di un terreno che stava molto a cuore ai boss. Milano chiedeva a Zarcone notizie sull’affare.

I mafiosi di Porta Nuova, Villabate e Bagheria avevano interessi in comune non solo in provincia se è vero, come è vero, che progettavano di comprare un intero palazzo nel rione Borgo Vecchio di Palermo. Avevano pronti un milione mezzo di euro per realizzare una sessantina di appartamenti. Ed ancora l’affare di Bagheria di cui Zarcone snocciolava i dati: “Praticamente il fatto di Bagheria una cooperativa, è un terreno di 22.000 metri quadrati ed è a quanto ho capito nella strada a tipo quella che costeggia Bagheria, forse quella di Ficarazzi. Lo hai capito? Ed è 22.000 euro, metri, 12.000 sono destinati edificabili alla cooperativa e gli altri 10.000 no e si possono fare altri 10.000 campi sportivi… hai capito il progetto?”.

Da Bagheria di nuovo a Palermo dove le attenzioni si concentravano su un progetto alla Kalsa: “È grande, grande, grande, quella come si chiama, ad Ausa (termine dialettale palermitano per definire il quartiere Kalsa, ndr)”. E Di Giovanni aggiungeva: “A piazza, a piazza Magione… dove avevo portato un bel discorso e che avevo tutti i documenti in mano e se la stava sbrigando Daniele (Lauria ndr), mio fratello (Gregorio Di Giovanni ndr)”.

Infine c’è il grande business dei diamanti. Zarcone conosce i retroscena del mega business. La mafia ha investito una barca di soldi nelle pietre preziose. In Sudafrica, nel 2011, venne stato firmato un accordo per l’esportazione di gemme purissime dallo Zimbabwe. Diecimila carati al mese. Con la prospettiva di toccare quota trentamila nel giro di poco tempo. Un investimento da sei milioni di euro a cui erano stati invitati a partecipare alcuni partner internazionali. Attorno al tavolo della trattativa c’erano importanti uomini d’affari. Tra di loro, anche Tonino Messicati Vitale, arrestato in Indonesia con l’accusa di appartenere alla mafia di Misilmeri e poi tornato libero perché sono scaduti i termini di custodia cautelare.

 

 

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30 Settembre 2014, 17:09

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