Le lacrime, i sorrisi e il coraggio | L’ultimo saluto a Marcello Clausi

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10 Ottobre 2017, 13:15

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PALERMO – Accanto alla bara di Marcello ci sono fiori freschi e maleducati. Si ostinano a sembrare meravigliosi. Ci sono, ovviamente, lacrime, ma piovevano da giorni ormai. Hanno accompagnato lo sgomento all’arrivo della notizia: “E’ morto Marcello Clausi, stanotte”. E il bisbiglio, incredulo, si era trasformato in frastuono. Moltissimi di noi pensavano che un gentiluomo come lui tutto dovesse, tranne che morire.

E ancora altre lacrime che scorrono, sotto gli occhiali scuri, nella chiesa di piazza Croci. Giornalisti ai funerali di un giornalista. Generazioni di colleghi che si trovano dentro una storia, che ne sono il racconto, la parola; non più quelli che narrano. Sono loro, adesso, in parte, il lutto da scrivere, la foto per delimitarlo. Hanno sottratto al ritmo sincopato della mattina l’ultimo delitto, l’ultimo incidente, pur di esserci. Si sono radunati in canonica con i reumatismi all’anima che il mestiere procura, almeno a chi ha un’anima ce l’ha. Guardano quei fiori struggenti. Non si capacitano. E piangono, per una volta, da questo lembo della pagina.

E quelli che non lo conoscevano, ma era come se lo conoscessero, perché ricordano quel sorriso disseminato ovunque, una scia di leggerezza, un balsamo disponibile, da riceverne conforto e sollievo. Come può accadere che Marcello sorrida sempre, con qualunque tempo?, uno si domandava. E in effetti accadeva.

C’è la moglie di Marcello, Serena, fedele a carissimo prezzo al suo nome, ricca di una dolcezza incrollabile. Lei che offre il suo coraggio a tutti, con le carezze, con gli abbracci dalla panca in prima fila, consolando il prossimo del suo stesso cuore spezzato, perché è forte e ha capito quanto sia terribile, magnifico e breve l’amore che si prende e che si dà.

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Anche Marcello aveva capito tutto. Ritraeva l’istante della felicità, delle feste, della risata a piena gola, dello champagne versato, delle donne che volevano innamorarsi e degli uomini che se ne sono mai accorti. ‘Cult’, ecco la rivista che ha segnato il battito di ogni giovinezza a Palermo. “Patinata” la chiamavano alcuni, storcendo il naso, come se fosse il diario minimo di inesauste comitive di bicchieranti. Invece era purissimo giornalismo che recava l’unico scoop possibile in giorni piovosi: la notizia della gioia di vivere che non si vergognava di sé, l’illogica allegria con una risacca sullo sfondo, come se niente potesse mai finire. Album interminabili, da tirare fuori dai cassetti per rivederli e ricordarne la fragranza. Il sole leggero dell’effimero trasformato nell’unica eternità disponibile, quando infine piove, quando poi tutto finisce.

Eppure, mentre monsignor Gioacchino Gammino tratteggia e sfuma la sua delicata omelia, i fotogrammi che passano davanti agli occhi non rammentano i cipressi di un cimitero, ma gli scogli dell’Addaura, il mare, il vento di sempre e le stesse conchiglie raccolte da bambino.

E padre Gammino si commuove, intanto che l’ufficio della tonaca gli impone la misura: “Marcello ci insegna a cambiare in meglio la nostra esistenza, a sperimentarla con pienezza, ecco la lezione che non dobbiamo dimenticare”. E poi la messa finisce, in un soffio di incenso e acquasantiere, e si rimane storditi nel sole di una tersa mattinata d’autunno che somiglia all’estate.

Marcello Clausi avrebbe compiuto quarantotto anni a febbraio. L’hanno trovato da qualche parte, a casa sua, domenica mattina, che non respirava più. Era sereno, così dicono, con un’espressione paga e un sorriso sulla labbra e chissà se è vero o chissà se vogliamo crederlo, solo per consolarci, mentre siamo alle prese con l’unica lezione che conta. Come è terribile, magnifico e breve l’amore che si prende e che si dà.

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10 Ottobre 2017, 13:15

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