Maria Costanzo a giudizio, accusata di aver aiutato il boss Bonaccorsi

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16 Luglio 2013, 07:00

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CATANIA – Venti persone a giudizio. Undici hanno scelto il rito abbreviato e il resto, invece, sarà processato davanti alla Terza sezione penale del Tribunale di Catania. Questo l’esito dell’udienza preliminare che si è svolta davanti al Gup Daniela Monaco Crea che vede imputati le 20 persone arrestate nell’ambito dell’operazione antidroga eseguita dalla Squadra Mobile a luglio  del 2012. In manette finirono 19 persone, tra cui quattro donne, ritenute appartenenti al clan Cappello Carateddi e una dirigente del Vittorio Emanuele, Maria Costanzo. Il medico, secondo le ipotesi investigative della Direzione Distrettuale Antimafia, avrebbe falsificato le cartelle cliniche di Alessandro Bonaccorsi allo scopo di fargli ottenere gli arresti domiciliari. Favori “concessi” dietro regali promessi dalla moglie del presunto boss, Bruna Strano. Un aspetto dell’inchiesta, quello della collusione di un colletto bianco con la mafia, che destò molto sconcerto nell’opinione pubblica.

Il 25 settembre 2013 inizierà la fase processuale con l’udienza per lo stralcio che si celebra con il rito abbrevviato: i due pm titolari dell’inchiesta, Pasquale Pacifico e Antonella Barrera, sono chiamati a tenere la requisitoria dell’accusa. Hanno scelto l’abbreviato Alessandro Bonaccorsi e la moglie Bruna Strano, Maurizio Bonsignore, Concetto Bonvegna, Salvatore Bonvegna, Salvatore Bracciolano, Paolo Ferrrera, Giovanni Musumeci, Marco Rapisarda, Robertino Scrivano e Marco Strano.

Per il 7 novembre 2013 è invece fissata l’udienza per il processo ordinario. Il pm Pasquale Pacifico si troverà davanti Orazio Finocchiaro, il boss che secondo gli investigatori nel 2011 aveva inviato i pizzini in cui era contenuto l’ordine di ammazzare proprio il sostituto procuratore della Dda di Catania. Seduti accanto a lui sul banco degli imputati ci saranno Emilia Anastasi, Rocco Anastasi, Maria Bonnici, Filippo Bonvegna, Filippo Crisafulli, Massimo Leonardi, Daniela Strano e il medico Maria Costanzo.

Se per la Costanzo l’accusa è di falso in atto pubblico e corruzione in atti giudiziari, per gli altri imputati il reato contestato è associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga. L’operazione, conclusasi a luglio del 2012, aveva portato a ricostruire l’intera rete organizzativa che era stata creata al fine di gestire le fiorenti piazze di spaccio di San Cristoforo, da anni in mano al clan Cappello – Carateddi. L’indagine si sviluppa dal filone Revenge; la polizia con il coordinamento della Dda di Catania, ha monitorato i movimenti della cosca che si stava riassestando dopo che i vertici erano finiti in carcere. Un momento di destabilizzazione di cui voleva approfittare, forse, il clan Santapaola che iniziò a interessarsi alle piazze di spaccio dei Carateddi. Uno scossone che non durò molto, infatti dopo un blitz della polizia nel 2010 che portò all’arresto  di alcune persone che tentarono di disfarsi di alcune armi, tra le due famiglie fu trovata un’intesa  e fu ristabilito l’equilibrio. In quella casa, secondo le dichiarazioni di un collaboratore di giustiizia, si stava pianificando un’azione di fuoco proprio contro gli esponenti di Cosa Nostra catanese che volevano insidiare gli affari dei Cappello.

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Con Sebastiano Lo Giudice e i vertici in carcere, i Carateddi si erano trovati senza capo. Alessandro Bonaccorsi tentò allora la strada dei domiciliari per tornare a gestire il fiorente traffico di droga. A fare da cerniera con l’esterno è la moglie, che secondo gli inquirenti, contatta Maria Costanzo proprio per poter “falsificare” le carte e, dunque, documentare che lo stato di salute del marito (affetto da pancreatite causata da una ferita da arma da fuoco) non era compatibile con la detenzione in carcere.

Il piano era stato preparato, ma poi fallì. Dall’inchiesta emerse che il 29 giugno 2010 Alessandro Bonaccorsi si recò in reparto perché si era sentito male e secondo gli accordi, la Costanzo avrebbe dovuto praticare una medicazione che avrebbe impedito il ritorno in carcere. Tutto saltò  perchè quel giorno il dirigente del Vittorio non era in reparto, un’assenza – secondo i racconti della polizia – che sarebbe stata pesantemente contestata dalla moglie del boss che avrebbe asserito di essersi pentita di aver dato denaro e regalie inutilmente alla dottoressa.

L’aspetto “interessante” di questa inchiesta è il ruolo delle donne all’interno dell’organizzazione. Donne sempre più manager del gruppo criminale, che facendo da cerniera tra il carcere e l’esterno, dietro le direttive dei mariti e dei parenti assumevano il controllo organizzativo e soprattutto contabile degli affari. In particolare Bruna Strano, moglie di Alessandro Bonaccorsi, che fungeva da tramite tra il marito detenuto e la famiglia, secondo gli inquirenti occupava incarichi dirigenziali (per utilizzare termini aziendali) e si occupava direttamente della contabilità e della gestione del traffico di droga.

L’INTERCETTAZIONE

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16 Luglio 2013, 07:00

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