Messina, condanna ai Franza | Bancarotta, coinvolto il club - Live Sicilia

Messina, condanna ai Franza | Bancarotta, coinvolto il club

I fratelli Vincenzo e Pietro processati per fatti risalenti alla stagione 2008/2009.

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MESSINA – Il Tribunale di Messina ha condannato, nell’ambito del processo scaturito dal fallimento dell’Fc Messina calcio nel 2008, i vertici della società del tempo: Vincenzo e Pietro Franza, Francesco Cambria, presidente della Cofimer. Sono accusati di bancarotta fraudolenta e false comunicazioni sociali. Vincenzo Franza è stato condannato a 4 anni e sei mesi, il fratello Pietro a 4 anni, Cambria a 3 anni e sei mesi. I due fratelli Franza e Cambria sono stati condannati soltanto per tre delle accuse contestate, assolti pienamente dagli altri capi di imputazione. Assolti, perché il fatto non costituisce reato, i sindaci Stefano Galletti e Carmelo Cutrì, ma anche il presidente del collegio sindacale, Domenico Santamaura. L’indagine della guardia di finanza ha riguardato la gestione della società giallorossa e la decisione di non iscrivere l’Fc Messina al campionato di Serie B 2008/2009.

“Non possiamo fare a meno di evidenziare, senza alcuna presunzione, che già dalla lettura del dispositivo non è azzardato concludere che l’impianto generale dell’accusa non ha retto al vaglio dibattimentale”. A dirlo in una nota gli avvocati Alberto Gullino, Giovanni Cambria e Giorgio Perroni, legali di Vincenzo e Pietro Franza. I legali aggiungono: “L’accusa su cui si reggeva l’intero costrutto accusatorio, relativa alla operazione di cessione di marchi dalla società Messina Calcio alla consorella Mondo Messina, è stata pronunciata assoluzione perchè il fatto non sussiste. Sicché ci appare – allo stato – difficile comprendere come sia possibile ritenere insussistente il reato nella operazione finanziaria principale e ritenerlo invece sussistente nell’operazione ad essa accessoria e strumentale”. Secondo i penalisti sono “operazioni che, nel loro complesso non hanno comunque comportato alcuna conseguenza economica. Confidiamo, pertanto, di potere ottenere in sede di appello il pieno riconoscimento della liceità dell’operato dei nostri assistiti anche in ordine alle residuali condotte per cui hanno riportato condanna”.


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