Narcotizzati e rapinati in casa| “Vi raccontiamo il nostro incubo”

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23 Gennaio 2019, 17:50

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ERICE (TRAPANI) – “Un’immagine mi tormenta. Quell’uomo sopra di me, che mi blocca le mani e i piedi. Non riesco a dormire la notte, io e mio marito siamo ancora sotto choc”. Le parole di Francesca Paola Maltese, ginecologa all’ospedale Sant’Antonio Abate di Trapani, sono piene di sofferenza dopo l’inferno vissuto in casa propria, alle pendici di Erice, nel Trapanese. “Una sofferenza più morale e psicologica, che fisica. Siamo stati violati da tutti i punti di vista e ci hanno portato via tutto”, dice.

L’assalto, pianificato in ogni dettaglio, è avvenuto nella notte tra domenica e lunedì nell’abitazione dei due medici: il marito, Renato Salone, è un ex primario chirurgo in pensione. La coppia è stata sorpresa nella propria camera da letto, intorno all’una e venti: “Ero da poco tornata a casa – racconta Maltese – e dopo avere dato un’occhiata al cellulare e aver comunicato con alcuni miei colleghi, stavo per prendere sonno. Mio marito si era appena addormentato, l’ho svegliato perché ho sentito dei rumori strani, provenire dal piano superiore”.

Si tratta di un’area in fase di ristrutturazione, dove si trovano una veranda e una porta che quella sera era chiusa e in cui il sistema di allarme, in seguito ai lavori, era stato disattivato. “Avevano fatto cadere la chiave per aprirla, poi non ho neanche avuto il tempo di realizzare – prosegue la dottoressa – perché senza che me ne rendessi conto mi sono ritrovata questi uomini davanti”. Erano vestiti di scuro, indossavano tutti un passamontagna ed erano armati di una pistola. “Sulla fronte avevano una torcia, come quella utilizzata dagli speleologi, indossavano dei guanti – prosegue – all’inizio non hanno detto nulla, mi hanno subito immobilizzata con delle fascette da elettricista”.

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A quel punto, il commando ha isolato marito e moglie, impedendogli qualunque tipo di comunicazione. “Urlavano ‘U cellulare, u cellulare’ – racconta la coppia -, dicevano di togliere di mezzo i telefoni, con chiaro accento palermitano. Hanno anche staccato il modem a cui sono collegati internet e la linea telefonica, eravamo in trappola”. Un incubo durato circa quattro ore, durante le quali i rapinatori hanno prima narcotizzato la donna, poi il marito. Quest’ultimo è stato prima costretto a consegnare tutto il denaro in contanti presente in casa e poi a raggiungere la zona in cui si trovava la cassaforte. “Dopo avermi immobilizzato – prosegue Francesca Paola Maltese – hanno imbevuto un batuffolo con dell’etere etilico, io ho subito perso i sensi. Non mi sono più resa conto di nulla. Mio marito, invece, con la pistola puntata alla tempia, è stato minacciato e costretto a consegnare tutto. Ho temuto il peggio, lui è cardiopatico”.

Mi hanno minacciato in tutti i modi – aggiunge il medico -, ma ho ribadito più volte che non ero in possesso delle chiavi perché le avevo lasciate in una cassetta di sicurezza. ‘Sappiamo che qui ci sono oro e soldi’, dicevano. ‘Se non trovi le chiavi ti ammazziamo’, ma io non le avevo davvero”. I banditi avrebbero così contattato un complice, arrivato poi sul luogo della rapina con una smerigliatrice con dischi da taglio. E’ stata utilizzata per abbattere la parete del caveau sotterraneo ed estrarre la cassaforte che conteneva soldi e oggetti preziosi. Ma c’è una frase, terribile, che rimbomba più di tutte nella mente di Renato Salone: “A tuo nipote non lo vedi crescere e se non troviamo niente, andiamo pure da tuo figlio”.

“Le parole di questi delinquenti – continuano i due medici – ci ha fatto inevitabilmente capire che avevano molte informazioni sulla nostra famiglia. Siamo stati appositamente presi di mira, ma adesso qui in tanti hanno paura, tutta Trapani ha paura. Chi agisce in questo modo non merita pietà, noi siamo terrorizzati. Ma stiamo raccontando quello che ci è accaduto perché un episodio simile non deve ripetersi, nessuno dovrebbe vivere un’esperienza simile. Quando mi sono risvegliata erano le 4 – dice Maltese – ho trovato mio marito stordito, anche con lui avevano utilizzato l’etere. Prima di scappare ci hanno anche sfilato le fedi nuziali dalle dita, hanno rubato di tutto da ogni stanza. A quel punto sono uscita in strada, ho chiesto aiuto ad un vicino, mi sono messa in contatto con mio figlio Francesco. E fino all’alba abbiamo raccontato tutto alle forze dell’ordine. Adesso – conclude – non ci resta che avere fiducia nelle indagini, ma di certo dovremo rassegnarci a convivere col ricordo di questo incubo”.

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23 Gennaio 2019, 17:50

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