“Noi studenti ma distanti | Cosa ci ha tolto il virus”

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28 Marzo 2020, 15:43

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Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Alice D’Agati, studentessa di Palermo all’ultimo anno del Liceo Scientifico. Nel suo racconto, le lezioni a distanza, l’incognita sugli esami di maturità, la solidarietà per i ‘compagni’ del Nord. Ma anche la riscoperta di qualcosa che sembrava perduta.

Ho diciassette anni e frequento un liceo scientifico di Palermo. Quest’anno, io, come tutti i miei coetanei, avrei dovuto concludere la mia splendida esperienza scolastica. Invece, mi è stata bruscamente strappata ogni cosa. Immagino che a ciascuno di noi, giovani e adulti, sia stato strappato qualcosa che non potremo recuperare. Non ricorderò il mio ultimo periodo scolastico, non ricorderò il mio viaggio d’istruzione, non so se ricorderò la mia maturità. Probabilmente ho vissuto il mio ultimo giorno di scuola senza saperlo, senza stappare lo spumante con i miei compagni. I miei ricordi saranno piuttosto dolorosi: quelli di una pandemia, di una scuola snaturata. Saranno ricordi che, forse, ci consentiranno di comprendere il valore delle piccole cose, la cui presenza abbiamo sempre dato per scontata.

La scuola che viviamo oggi è fredda. Passiamo le nostre giornate a fissare uno schermo con cui possiamo interagire ben poco. I nostri docenti si sforzano di mascherare il loro sconforto e si adoperano per garantirci di proseguire i nostri studi. Le difficoltà di concentrazione sono notevoli. Io che ho sempre amato lo studio, adesso non riesco ad amarlo. Ho scelto di vivere la mia esperienza scolastica in modo appassionato, affezionandomi a chi mi circondava. Difatti, l’insegnamento cui sono stata abituata è ricco di affetto, di calore umano, di scambi stimolanti. Adesso dov’è il confronto? Dove sono i rapporti interpersonali con compagni e con docenti? Anche se consapevoli che l’apprendimento a distanza è l’unica alternativa possibile, possiamo affidare la conclusione del nostro percorso scolastico a un computer? La scuola che attualmente frequentiamo non è quella che voglio ricordare: voglio ricordare una scuola in cui il contatto è diretto, una scuola senza distanze.

Per di più noi studenti del quinto anno stiamo affrontando un periodo di estrema incertezza. Non sappiamo se e come si svolgerà il nostro esame di maturità. Rimanendo costantemente aggiornati sulle notizie più recenti, siamo venuti a conoscenza che in alcune nazioni il diploma è stato concesso senza alcuna verifica. Nessuno può ancora prevedere se questo accadrà anche a noi che, quasi certamente, a scuola non torneremo.

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L’incertezza più grande resta, però, quella delle famiglie, degli affetti più cari. Proviamo un’angoscia cieca: il terrore di poter aver contratto il virus, pur essendoci muniti di mascherina e guanti, e di aver contagiato i nostri genitori, di aver abbandonato nella più totale solitudine i nostri nonni, di non poter incontrare mai più le persone cui vogliamo bene, perché il virus potrebbe sottrarcele.

Il solo effetto positivo della reclusione e dell’emergenza, se si può osare sostenere che essa ne abbia uno, è l’esperienza dell’unione e della solidarietà. Ho percepito una coesione inesistente in “tempi di pace” tra i miei compagni, tra i miei amici. Ognuno tenta con tutti i mezzi a sua disposizione di confortare chi gli sta intorno. Allo stesso modo, tra noi alunni e i nostri docenti, che ancor di più oggi si preoccupano di noi prima come persone che come studenti. Ho riscoperto l’ambiente familiare, il sapore dolce di una giornata serena trascorsa con chi si ama. Ho conosciuto i miei dirimpettai. I primi giorni mi sono commossa osservando la gente che si affacciava alla finestra per scambiarsi gesti di saluto, che condivideva le parole di una canzone, eleggendole a simbolo di fratellanza. Ogni sera il prete della chiesa vicino casa mia sale sulla terrazza e invita tutti alla preghiera. Ogni sera anche io vado al balcone e non per pregare: è straordinario osservare tutte le luci che lampeggiano di fronte a me. Mi fa comprendere che non sono sola, che non siamo soli a fronteggiare la tragedia del 2020.

Intanto, mentre alcuni di noi si curano della didattica a distanza, degli esami di maturità, di non poter vedere i propri amici o i propri parenti c’è chi perde qualcuno per sempre, senza neppure potergli dire addio, poiché l’isolamento a cui sono obbligati gli infetti da COVID-19 non consente visite. C’è chi non può restare con i propri genitori, impiegati di una struttura sanitaria, e da lontano li osserva rischiare il bene più caro che possiedono, la vita. Il mio pensiero va ai compagni del Nord, che attualmente combattono una battaglia più dura della nostra, che sono in lutto per le numerose perdite. A loro cosa può interessare dell’apprendimento a distanza? Cosa importa loro di terminare il programma quando i loro nonni o i loro genitori sono scomparsi? A loro non serve arrivare a studiare Montale o Freud, a loro serve la vicinanza di altri essere umani, il calore e l’empatia: in questo risiede la reale funzione della didattica a distanza.

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28 Marzo 2020, 15:43

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