Furia omicida al mercato del Cep | “Regolamento di conti a pistolettate”

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01 Ottobre 2014, 18:00

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PALERMO – Palermo. Quartiere Cep. C’è il giallo dei meloni e il rosso del sangue sull’asfalto di via Filippo Paladini. Gli uni e l’altro appartengono ai fratelli Quartararo, Maurizio e Umberto. Sono entrambi in ospedale – Maurizio è in gravi condizioni, ma sarebbe fuori pericolo- mentre i carabinieri della Scientifica studiano i segni di una mattinata di collera, vendetta, panico. La pista imboccata è quella del regolamento di conti nell’ambito familiare.

Sono da poco trascorse le undici. Via Paladini brulica di gente. Il mercatino settimanale è in pieno svolgimento nella strada del Cep, alla periferia della città. Le due Motoape dei Quartararo sono parcheggiate a ridosso di viale Michelangelo. Segnano l’inizio del mercato. I fratelli stanno servendo alcuni clienti quando i killer entrano in azione. Le pistolettate hanno un rumore sordo. Una raffica di colpi. Nove in tutto. È il caos. I Quartararo tentano la fuga. Travolgono le bancarelle.

“La gente urlava. Scappavano tutti. Non si è capito più niente”, racconta uno dei tanti curiosi. In pochi istanti il tratto di strada diventa deserto. Per terra restano i due fratelli – colpiti alla spalla, al collo e al torace – e una signora di 70 anni ferita alla gamba. Si chiama Maria Maniscalco, stava facendo la spesa e ha rischiato di essere la vittima innocente di una brutta storia di cronaca nera. È già stata dimessa. Il proiettile l’ha presa di striscio.

Le indagini di carabinieri e poliziotti hanno imboccato piste ben precise. Si parla di dissidi e screzi. I Quartararo avevano dei precedenti per droga e ricettazione. Si scava, però, nell’ambito familiare piuttosto che nel sottobosco della criminalità comune per trovare movente e autori dell’agguato. La forchetta delle ipotesi è ampia: da banali incompatibilità caratteriali degenerati negli anni a contrasti economici. Di certo viene esclusa la matrice mafiosa. Cosa nostra nulla c’entra, dicono gli investigatori. Di certo qualcuno ha creduto possibile chiudere la faccenda impugnando una pistola.

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Tentare di uccidere qualcuno in un affollato mercato rionale: chi ha sparato potrebbe essere stato spinto dalla collera a tal punto da non calcolare i rischi di fare fuoco in mezzo a decine di potenziali testimoni. Un delitto d’impeto, dunque. Voci raccolte nel quartiere parlano di una furibonda lite avvenuta in una palazzina non distante dall’agguato. Proprio pochi istanti prima che si sentissero i colpi di pistola. Che i due episodi siano collegati?

Sono comunque voci isolate in un mare di silenzi. In pochi ammettono di conoscere i fratelli Quartararo. I più alzano un muro. Gli investigatori provano a ricostruire le fasi dell’agguato. Il killer o i killer sarebbero arrivati in moto. Forse sono saliti sull’ampio marciapiede che costeggia l’edicola. Magari per cogliere di sorpresa le vittime. In questa maniera, però, non si sarebbero garantiti la facile via di fuga rappresentata da viale Michelangelo. E allora chi ha fatto fuoco potrebbe essere sceso dalla moto in sella alla quale è rimasto il complice ad attenderlo. E qui si innesta un altro giallo. Sul marciapiede, ad alcuni metri di distanza dalle due Motoape, c’era una cartuccia inesplosa. Forse caduta mentre l’uomo che, avrebbe poi fatto fuoco, caricava i colpi. Così come ci si interroga sulla scia di sangue lasciata per la strada. Le macchie indicano una fuga verso il cuore del mercato. Forse qualcun altro è rimasto ferito?

 

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01 Ottobre 2014, 18:00

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