Palermo, il boss non chiese il pizzo al capogruppo di Forza Italia - Live Sicilia

Palermo, il boss non chiese il pizzo al capogruppo di Forza Italia

Girolamo Celesia è stato condannato, ma è caduta l'estorsione al politico
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PALERMO – La pena per Girolamo Celesia è pesante, ma sono cadute alcune ipotesi di estorsione. Fra queste anche quella che il boss di Brancaccio avrebbe imposto al consigliere comunale Gianluca Inzerillo, capogruppo di Forza Italia a Sala delle Lapidi.

Per questo episodio Inzerillo è finito nel registro degli indagati per favoreggiamento. Secondo la Procura, il politico avrebbe negato di avere subito una richiesta di pizzo.

Celesia ieri è stato condannato a 16 anni, contro i 18 richiesti dalla Procura. Uno sconto di pena scaturito dal venir menomeno di tre episodi estorsivi.

Sarebbero stati Celesia e Gaspare Sanseverino (pure lui condannato) a costringere Inzerillo a pagare una somma imprecisata di denaro sulla vendita di un immobile di famiglia. Questa ipotesi era già caduta davanti al Riesame che aveva accolto il ricorso del legale di Celesia, l’avvocato Enrico Tignini, ritenendo che non ci fossero “elementi sufficienti e rassicuranti per ritenere che dopo l’individuazione dei soggetti privati interessati all’affare vi sia stata un’attività estorsiva ai danni di costoro”.

I fatti sono del 2020. Anche allora Inzerillo era consigliere e capogruppo di Sicilia futura, lo scorso giugno è stato confermato in Consiglio comunale, ma con Forza Italia. Celesia: “Tu devi chiamare a lui per questo di qua, stai facendo questa cosa, mettici quelli in più”.

Ad avvicinarlo sarebbe stato Sanseverino su ordine di Celesia: “No, tu devi chiamare a lui… per questo di qua… stai facendo questa cosa, mettici quelli in più”. E cioè, secondo l’accusa, i soldi che Inzerillo una volta incassati dal venditore avrebbe dovuto consegnare a Celesia.

Successivamente Sanseverino spiegava ad un uomo non identificato: “… lui mi ha detto ‘no mio padre se ne sta occupando’… però verso le 11 avvicino, tu appena arrivi…”. L’uomo rimasto anonimo rispondeva: “Chi te l’ha detto… il figlio? E vabbè acchiappiamo il padre qual è il problema”.

Al politico veniva rimproverato di volere fare l’operazione di nascosto: “Si vendono le cose sotto banco, si vendono i palazzi sotto banco”. Gli investigatori, nell’informativa, hanno sottolineato che non c’è la prova che il pizzo sia stato pagato, “ma appare chiaro che la richiesta estorsiva sia pervenuta al proprietario dell’immobile”.
Il consigliere ha sempre n smentito la ricostruzione dell’accusa.

“Ribadisco quanto dichiarato, a suo tempo, a sommarie informazioni agli organi inquirenti di non essere mai stato avvicinato dai quei soggetti del quartiere che ho riconosciuto nelle fotografie esibitemi e con le quali non ho mai intrattenuto nessun tipo di rapporto e, di non avere mai ricevuto richieste di alcun tipo e men che meno di tipo estorsivo – spiegò Inzerillo -. Non è un caso che nelle intercettazioni captate dagli inquirenti vi sia la totale assenza di un mio coinvolgimento. Né io né mio padre abbiamo ricevuto alcuna forma di intimidazione – aveva detto Inzerillo dopo che i pm annunciarono l’indagine a suo carico durante la requisitoria del processo -.
Voglio riaffermare da cittadino e da rappresentante politico la mia totale e concreta avversione nei confronti del fenomeno mafioso in tutte le sue forme e manifestazioni e, che, se avessi subito anche solo minacce o intimidazioni da soggetti appartenenti a tale sodalizio mi sarei, immediatamente, rivolto all’ autorità giudiziaria verso la quale, riponendo massima fiducia, mi pongo a totale disposizione”.


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