Palermo, da bottegaio a re dei detersivi: Lucchese e il giallo di Provenzano

Da bottegaio a re dei detersivi: Lucchese e il giallo di Provenzano

La scalata del'imprenditore e un mistero mai chiarito sulla latitanza del padrino corleonese
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PALERMO – Da titolare di una bottega di generi alimentari a Bagheria a leader della grande distribuzione. Carmelo Lucchese ha costruito la sua fortuna in un ventennio.

Ora la sua Gamac srl è stata confiscata, trascinando nel provvedimento giudiziario emesso dalla sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo una sfilza di beni. A cominciare dal ricavato della vendita dei suoi tredici supermercati ceduti nel corso dell’amministrazione giudiziaria avviata un anno e mezzo fa con il sequestro.

Il suo patrimonio viene stimato in 150 milioni di euro. La Direzione distrettuale antimafia ha ricostruito la storia di Lucchese, nato 55 anni fa ad Harlan am Main, in Germania, e ha concluso che dietro la sua scalata imprenditoriale c’è la pesantissima ombra di Cosa Nostra.

Almeno fino al 2011. Dopo questa data, secondo il Tribunale, non sono più emersi i segnali necessari per attualizzare la sua pericolosità sociale. Pertanto è stato sì confiscato il suo patrimonio, ma a Lucchese non è stata applicata la sorveglianza speciale.

Il lavoro dei finanzieri del Nucleo di polizia economico-finanziaria è stato certosino. Nel 2002 Lucchese era titolare di tre piccoli supermercati a Bagheria con un patrimonio di 229 mila euro. Nel 2019 aveva superato i 150 milioni di euro. Il volume di affari nel 1997 era di 4 milioni e 400 mila euro, schizzato a quasi 73 milioni dodici anni dopo.

Nel 2006 è sbarcato a Palermo. I suoi supermercati sono diventati sette, a cui se ne sono aggiunti altri a Carini e Termini Imerese. Nel momento di massimo splendore alle sue dipendenze c’erano 400 persone.

Il primo a parlare di lui fu Sergio Flamia, boss pentito di Bagheria. Nel 2014 disse che “a Palermo lui paga ogni quartiere… Onofrio Morreale gestiva tutto a lui”. Monreale allora era il capo mandamento di Bagheria. Subito dopo l’arresto di quest’ultimo sarebbe diventato Flamia il referente di Lucchese per la risoluzione di una serie di vicende: “Ogni minima cosa veniva da me, sai che ho problemi con questo impiegato sai che…”.

Lucchese si sarebbe avvicinato ad un altro pezzo grosso della mafia bagherese, il boss Giuseppe Scaduto che si sarebbe attivato affinché non pagasse il pizzo. Flamia ricostruiva così la vicenda: “Mai chiesto né per conto di altri né per conto mio soldi di estorsioni a Lucchese mai… chisti su amici di Onofrio che a me mi risulta non hanno mai pagato”.

Flamia fu arrestato e scarcerato nel 2011. Appena libero venne a sapere che un altro mafioso, Giacinto di Salvo, era andato a chiedere il pizzo a Lucchese: “Ci dissi chi ci sta facendo nesceri sti piccioli…”. E Di Salvo gli rispose “2000 euro su boni”.

Con il blitz “Grande mandamento”, che sconquassò la mafia di Bagheria, le cose cambiarono. Flamia ha riferito che a Lucchese, per un punto vendita a Palermo era stato chiesto il doppio dei soldi: “Pagava 500 euro al mese, 3000 per Natale e 3000 per Pasqua a Palermo“. Dopo gli arresti “hanno bussato di nuovo alla porta di Lucchese che volevano 5000 e 5000, il doppio di quelli che usciva e lui mi chiede aiuto”. Flamia ne avrebbe parlato con Gino Mineo che “l’ha sistemata lasciando tutto per com’era”.

Dell’estorsione al punto vendita aveva già parlato del 2008 un altro collaboratore di giustizia, Andrea Bonaccorso, che oltre a Scaduto aveva tirato in ballo un altro pezzo grosso della mafia del mandamento della Noce, Giancarlo Seidita. I soldi andavano alla famiglia di Porta Nuova, prima nelle mani di Tommaso Lo Presti e poi in quelle di Gaetano Lo Presti. In ultimo Scaduto ne avrebbe dovuto parlare con Gianni Nicchi, il piccitteddu che divenne capomafia di Pagliarelli, arrestato dopo un periodo di latitanza.

Lucchese nel frattempo aveva aperto altri supermercati e la tassa di Cosa Nostra andava pagata. In cambio avrebbe ottenuto la protezione dei mafiosi. Come quando sarebbe stato necessario far mettere da parte i suoi vecchi soci. Un storia raccontata sempre da Flamia, convocato da Onofrio Monreale: “Ci chiama a me e a Carmelo Bartolone… Carmelo Lucchese della Conad dice che ha problemi con i suoi soci della Conad di Palermo… dice se ne devono uscire loro”. Così avvenne e Lucchese in segno di riconoscenza avrebbe regalato 25 mila euro a Morreale. Ne scaturì un processo, ma Flamia fu assolto. Non erano stati trovati i riscontri necessari.

Flamia ha raccontato di un altro favore fatto a Lucchese. E cioè di bruciare la saracinesca di un supermercato Eurospin che aveva aperto vicino alla sua attività. Una vicenda che costò l’incriminazione a Lucchese, ma l’inchiesta fu archiviata. Così come si chiuse con un nulla di fatto il processo per falsa testimonianza quando Lucchese negò di avere pagato il pizzo.

Per ultime sono arrivare le dichiarazioni di Filippo Bisconti, capo mandamento di Belmonte Mezzagno che 2019 disse di avere conosciuto Lucchese, “contiguo alla famiglia mafiosa di Bagheria”, che versava il pizzo al reggente di Porta Nuova Paolo Calcagno. Aggiunse pure di essere convinto che Lucchese riciclasse i soldi della mafia.

Dal passato è infine riemersa una storia legata alla stagione che portò alla cattura di Bernardo Provenzano. Come ricostruì Livesicilia Flamia raccontò che nel 2005 “Lucchese mi cerco con urgenza e mi disse di aver ascoltato una telefonata tra Tommaso e i suoi colleghi nel corso della quale Tommaso dava indicazioni su un servizio di osservazione”.

Tommaso era ed è un poliziotto, in quegli anni in servizio alla Catturandi della squadra mobile di Palermo, la sezione che nel 2006 avrebbe scovato Provenzano nel covo di Montagna dei Cavalli a Corleone. Sarebbe stato Tommaso, così ha detto Flamia, a dire a Lucchese “che questa volta il numero 1 (e cioè Provenzano, ndr) era in trappola e faceva riferimento ad una trazzera”. Fu aperta un’inchiesta sul poliziotto che venne pure interrogato. Fascicolo archiviato forse proprio alla luce del ruolo dell’agente per i servizi. La conferma arriva da una sua promozione di tre anni fa.

Secondo il pentito, c’era un rapporto privilegiato fra Lucchese e il poliziotto che lo avrebbe informato anche di altre operazioni. Ad esempio quella denominata “Gotha” che iniziò a fare terra bruciata attorno a Provenzano. Addirittura Flamia aveva appreso che le ricerche erano indirizzate su Montagna dei Cavalli. Il poliziotto lo avrebbe detto a Lucchese, che aveva affittato alla moglie dell’agente un locale in uno dei supermercati.

Flamia aveva pure chiesto a Lucchese una casa sicura dove ospitare il latitane. Dall’imprenditore sarebbe arrivata piena disponibilità: “… dice Sergio lo facciamo se c’è bisogno lo facciamo, che non è mai stato fatto poi attenzione però mi aveva dato la disponibilità”.

“Non è stato fatto”: Provenzano non andò a nascondersi a casa di Lucchese. Probabilmente scelse proprio allora a Montagna dei Cavalli, nella sua Corleone dove il capo della Catturandi, Renato Cortese, lo arrestò l’11 aprile 2006.


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