Lauricella si consegna in carcere, adesso Miccoli rischia grosso

Lauricella si consegna in carcere, adesso Miccoli rischia grosso

Il figlio del boss, condannato per estorsione, intervenne su richiesta dell'ex calciatore
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PALERMO – È una storia che inizia nel 2010 e arriva fino ai nostri giorni con la condanna definitiva a sette anni di carcere per estorsione inflitta a Mauro Lauricella. Resta da scrivere un altro capitolo giudiziario, quello che riguarda Fabrizio Miccoli, amico di Lauricella che a quest’ultimo si rivolse per recuperare un credito vantato da un ex fisioterapista del Palermo calcio.

Lauricella si è costituito stamani nel carcere di Voghera per scontare la pena, accompagnato dal suo avvocato Giovanni Castronovo. Il legale accetta il verdetto, ma è pronto a rivolgersi anche alla giustizia europea ritenendo la condanna ingiusta.

La condanna di Miccoli

Miccoli è stato condannato in appello a tre anni e mezzo. La sentenza della Cassazione rischia di pesare sulla sorte giudiziaria dell’ex fantasista rosanero che dell’estorsione sarebbe stato il mandante. I supremi giudici, infatti, hanno stabilito che l’estorsione fu commessa. La Cassazione non ha ancora fissato l’udienza. In caso di conferma anche l’ex calciatore andrebbe in carcere.

Diventa definitivo ciò che scrisse la Corte di appello di Palermo e cioè che Lauricella, figlio di un boss della Kalsa, intervenne per «affermarsi come persona importante e di rispetto dinanzi al suo idolo Miccoli, che l’aveva incaricato di spendersi per garantire il soddisfacimento di un credito» vantato da Giorgio Gasparini.

Mentre Miccoli è stato condannato in primo e secondo grado sempre per estorsione, in primo grado per Lauricella il reato fu derubricato in violenza privata. In appello, però, la Corte diede ragione ai pubblici ministeri Francesca Mazzocco e Maurizio Bonaccorso.

Così tutto ebbe inizio

Tutto inizia quando Giorgio Gasparini si attiva per riavere ventimila euro investiti nella discoteca Paparazzi di Isola delle Femmine. Nascono delle difficoltà e Gasparini chiede consiglio ad un altro ex calciatore Pietro Accardi, che su suggerimento de preparatore atletico, Franco Chinnici, ne parla con Miccoli.

Tra il 2006 e il 2007 Gasparini acquista da Andrea Graffagnini (in società con un altro giocatore, Andrea Barzagli che vendette le quote nel 2008 ndr) il 51% del capitale della società Papa Cult sas che gestiva la discoteca Paparazzi. L’accordo prevede il pagamento di 42 mila euro, di cui 20 mila subito versati a titolo di acconto (dieci mila a Graffagini e altrettanti a Barzagli). Il saldo sarebbe stato pagato alla firma del contratto. Cosa mai avvenuta. Nel frattempo Gasparini dice di avere speso dei soldi (prima quantificati in 22 mila euro e poi in otto mila) e pretende che vengano detratti dal saldo.

Il figlio del boss

All’inizio del 2008 Gasparini si allontana da Palermo per tre mesi. Al suo rientro, invece di saldare il debito fa sapere a Graffagnini di volere annullare il contratto e lo invita a cercare nuovi acquirenti. Cosa che avviene. Solo che Graffagnini e Gasparini non trovano l’accordo sulle cifre da incassare. Della faccenda, a questo punto, vengono investiti prima Miccoli e poi Lauricella. Lauricella è figlio del boss della Kalsa, Antonino, soprannominato lo scintillone, arrestato dopo un breve periodo di latitanza.

Le indagini su Mauro Lauricella partono proprio dalla caccia al padre. Gli investigatori sentono una conversazione tra lui e Miccoli, a quei tempi (il 22 giugno nel 2010) capitano del Palermo, nel corso della quale il giocatore chiede al figlio del boss di occuparsi del recupero delle somme. Il giocatore si è sempre difeso davanti ai pm dicendo di avere contattato Luricella solo perché lui conosceva tutti i gestori delle discoteche.

“Senti una cosa Mauro…”

“Senti una cosa Mauro – dice Miccoli a Lauricella nel 2010 – eh… i primi di luglio poi quando vengo, dobbiamo andare a parlare con sto qua. Eh, andiamo io, tu e lui andiamo, ci andiamo a mangiare una cosa a cena e poi… poi quando ci vediamo… capito parliamo un attimo. Va bene? Allora io appena scendo a Palermo ti chiamo, noi ci vediamo da soli io e te, ti spiego un po’ come è la situazione, perché non dobbiamo parlare solo della situazione mia, c’è un’altra cosa, poi ne parliamo di persona… poi andiamo a cena con questo qua e, gli diciamo le cose come stanno! Va boh?”. “Va bene – gli risponde Lauricella – te la sbrigo io appena scendi, capito?”. Le ultime parole di Lauricella furono: “Io adesso questo lo distruggo. Ha sbagliato a parlare”.

“Non sapevo dove andare perché io non ho mai frequentato discoteche… il primo a cui ho pensato è stato Mauro”: così disse Miccoli ai pubblici ministeri. Tra luglio e ottobre del 2010 Lauricella tenta di recuperare le somme, ma non riuscendoci chiama in causa “amici di papà”.

Ci fu una riunione in una trattoria alla Kalsa, nel 2011, dove fu deciso che in occasione della partita in trasferta contro il Milan Miccoli avrebbe consegnato a Gasparini una busta con tre assegni per complessivi sette mila euro. Solo che gli assegni restarono insoluti. Gasparini incassò solo duemila euro.

Le offese a Falcone e la richiesta di perdono

Nel corso dell’inchiesta vennero fuori le intercettazioni in cui Miccoli disse “quel fango di Falcone”. Parole che destarono scalpore. Miccoli si scusò in lacrime con la famiglia del giudice assassinato dalla mafia. Nel 2019 tornò sulla vicenda: “Riguardo i miei errori per i quali sono pronto a pagare il conto che la giustizia, eventualmente, riterrà di dovermi presentare, mi auguro ci sia ancora spazio, tra di noi e nella nostra società, per il perdono. Un perdono, e non una giustificazione, dunque, che ho chiesto e che chiedo ancora, nella speranza di poter essere riabilitato davanti agli occhi di tutti gli sportivi. So bene che noi campioni siamo spesso presi da esempio da ragazzi e tifosi. Proprio per questo voglio essere chiaro nel dire loro che il rispetto della legge e la legalità sono valori da difendere sempre e comunque, come pure il lavoro di tutti gli uomini che nelle istituzioni e nella società civile si battono perché questi valori vengano sempre rispettati”.

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