Cronaca

“Da 39 a 94 anni, il nostro Natale nel pronto soccorso Covid”

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25 Dicembre 2020, 06:30

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PALERMO- Conosco la dottoressa Tiziana Maniscalchi da un po’. L’ho incontrata al pronto soccorso di Villa Sofia, al fianco di un medico appassionato come il dottore Aurelio Puleo, e ho visto, negli anni, sempre la stessa luce in uno sguardo combattivo, sopra il camice. Cos’è quella luce? La voglia, anzi l’ossessione, di non perdere nessuno. Ma anche la capacità sovrumana di lasciare andare, reggendo una mano fino all’ultimo.

In questo tempo di pandemia chi lavora in un ospedale ha mostrato quello sguardo. Chi ce l’aveva lo ha ravvivato. Chi lo aveva un po’ smarrito lo ha ritrovato. La dottoressa Tiziana non l’ha mai perso, nemmeno adesso che, come primario facente funzione, organizza la guerra contro il virus nel pronto soccorso del ‘Cervello’, dedicato al Covid. Questo racconto, i sentimenti di un Natale in corsia, in giorni così speciali, è dedicato a tutti quelli che sono in ospedale, quale che sia la parte del letto da cui si trovano.

“Sono in pronto soccorso – racconta la dottoressa Maniscalchi, in una mattina di vigilia -. Negli occhi delle persone si legge un’atmosfera particolare. Ci diciamo che Natale o non Natale è lo stesso, ma non è così. Cerchiamo di superare uno stato d’animo comprensibile, parlo di noi e dei pazienti. Io sono qui perché ho scelto il mio percorso, ma, certo, non mi sarei mai immaginata un Natale di questo tipo. Chi sta male, invece, subisce soltanto la situazione. Pesa la malattia. Pesa la solitudine di chi soffre. C’è silenzio, ma è un silenzio che parla e che dice tantissimo. Abbiamo molta speranza nel vaccino. Io mi vaccinerò e sono una sostenitrice della campagna vaccinale. Quando qualcuno rivendica la libertà di non aderire, salto dalla sedia. Dobbiamo dire grazie ai vaccini, a quello per il vaiolo, a quello per la poliomelite. Mai come oggi vaccinarsi è un segno di generosità, di protezione dei nostri cari, dei nostri vicini e della comunità. Dobbiamo raggiungere l’immunità e in fretta, sappiamo che il virus ha delle varianti che saranno comunque combattute dai vaccini e non possiamo perderci in discussioni controproducenti”.

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Le ore, con le macchine che ronzano e poco altro fa ascoltare, scorrono lentamente, intervallate dalle terapie, da qualche buona notizia e dalla tragedia. “Infilare un corpo in un sacco – dice la dottoressa Tiziana – è un’esperienza che ti segna e che ci ha unito in modo indissolubile. Il Covid ci sta stancando mentalmente ed emotivamente. È una prova enorme di resistenza. In questo momento il nostro paziente più giovane ha trentanove anni, la più anziana è una signora di novantaquattro anni. Con me ci sono i miei colleghi, sono loro che mi danno forza. E ci sono tanti giovani coraggiosi, i figli che tutti noi vorremmo avere”.

La telefonata si chiude con gli auguri. E la promessa di un abbraccio che verrà.

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25 Dicembre 2020, 06:30

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