Dubbi e ombre sui costi del tram | Ora indaga anche la Corte dei conti

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08 Gennaio 2016, 06:05

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PALERMO – Nessun reato penale da contestare, ma tanti profili di danno economico da valutare. È la sintesi a cui giungono i pubblici ministeri in una delle due inchieste sull’appalto del Tram a Palermo. Se da un lato infatti gli stessi pm hanno chiesto l’archiviazione per l’unico indagato – Domenico Caminiti, ex direttore generale dell’Amat e responsabile unico del procedimento dal 2003 al 2011 – dall’altro hanno girato gli atti alla Procura regionale delle Corte dei Conti perché sono convinti che il Tram, almeno nella parte da loro presa in esame, sia costato un milione di euro in più del dovuto. Insomma, sarebbe stato provocato un danno alle casse pubbliche. Bisogna, dunque, accertare se e perché il progetto, risalente agli anni Novanta e finanziato con 161 miliardi di vecchie lire, alla fine sia costato 230 milioni di euro.

La Procura si è trovata di fronte a una montagna di carte, progetti, perizie, varianti come era logico che fosse per un mega appalto quale è stato quello del tram. Non era facile orientarsi, ma almeno agli occhi dei pm è venuto fuori un quadro di “potenziali irregolarità” che “sembrerebbe in linea di massima da ricondurre prevalentemente alla esigenza – da più parti esplicitamente dichiarata – di pervenire ad una celere conclusione dell’appalto e quindi ad una tempestiva realizzazione dell’interesse pubblico”. La fretta, dunque, sarebbe stata cattiva consigliera durante la realizzazione del tram.

L’ipotesi di reato contestata era l’abuso d’ufficio, ma le indagini affidate alla Guardia di finanza dovevano scovare anche eventuali tracce di corruzione. Bisognava capire se, utilizzando le parole dei pm, le “mere irregolarità e opacità” fossero sfociate “in veri e propri riflessi empirici dello scambio illecito”. Se cioè i presunti illeciti nella gestione dell’appalto fossero serviti per favorire qualcuno in cambio di qualcosa. Le indagini hanno dato esito negativo anche alla luce dello screening patrimoniale eseguito su una serie di soggetti, tra cui Caminiti. Nulla, non sono stati trovati strani movimenti di denaro. Da qui la richiesta di archiviazione firmata dai sostituti procuratori Maurizio Agnello e Roberto Tartaglia che passa ora al vaglio del giudice per l’udienza preliminare.

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La partita giudiziaria, però non è chiusa visto i pubblici ministeri scrivono che “non può invece astrattamente escludersi (a carico dell’odierno indagato, ma anche di altri soggetti tecnici ben individuati negli atti di indagine) il possibile residuare di profili di negligenza o di (parziale) imperizia, inadeguatezza nell’esecuzione delle attività: tale possibilità – che non può, in questa sede, trovare adeguati spazi di approfondimento – rende pertanto necessaria la trasmissione degli atti rilevanti alla Corte dei Conti, affinché sia possibile in quella sede verificare la possibile sussistenza di ipotesi di danno erariale riconducibili a comportamenti gravemente colposi dei funzionari incaricati”. In soldoni, se non è stato trovato il dolo per chiedere un processo, non è detto che non ci sia la colpa che “basta” ai pm contabili per contestare un eventuale danno erariale la cui cifra sarebbe tutta da stabilire.

La vicenda è parecchio complessa. Sotto osservazione sono finite, in particolare, alcune perizie di variante non approvate dal Ministero delle Infrastrutture e dal Comune di Palermo, le pratiche di esproprio dei terreni, presunte carenze documentali delle ditte appaltatrici, possibili errori progettuali “che hanno reso successivamente necessario – aggiungono i pm – il ricorso ad onerose opere in variante”.

Per un’inchiesta che pare destinata alla chiusura, almeno sul piano penale, ne resta aperta un’altra ancora a carico di ignoti. Il pubblico ministero Daniela Varone, a metà dicembre scorso, ha firmato una delega di indagini agli uomini del Nucleo di Polizia Tributaria della Finanza che hanno prelevato il fascicolo dell’appalto negli uffici della Ragioneria generale del Comune in via Roma. Si sono fatti consegnare i plichi che riguardano i costi di esecuzione dell’opera. Pochi mesi prima era stato il commissario nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, a sentire puzza di bruciato e ad allertare la Procura della Repubblica e quella regionale della Corte dei Conti. Cantone mise per iscritto che “le problematiche rilevate per l’appalto sono molteplici e per lo più legate alla gestione dello stesso in fase esecutiva”. Nel mirino finirono le consulenze affidate nel 2005 e alcune varianti.

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08 Gennaio 2016, 06:05

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