05 Ottobre 2014, 09:00

3 min di lettura

“Da quanto tempo non ci vediamo?”. “Sono passati anni”. “È vero. Ma cosa mi racconti?”. “Tante novità. Mi sono sposato e …”. “Sì, lo so, ho visto le foto su facebook e Instangram”. Alzi la mano chi non ha mai sostenuto una conversazione del genere, scoprendo che la persona che non sentivate da tanto tempo, è al corrente di tutti i particolari dettagliati della vostra vita. Eccolo, dunque, il paradosso di Internet. Si parla della privacy, conosciuto anche come “il diritto di essere lasciati in pace”, ma la vita privata non esiste più perché non esiste più il concetto di riservatezza. Siamo un po’ come Eva che ha assaporato e mangiato la mela. Noi abbiamo assaporato il piacere di essere osservati, spiati, controllati e monitorati, e alla fine abbiamo promesso la nostra lealtà incondizionata al Grande Fratello.

Nella vita reale, nessuno di noi si sognerebbe di consegnare le chiavi di casa a un ladro. Nella vita virtuale accade il contrario. Offriamo a chiunque le chiavi della nostra vita e della nostra casa, nido e nicchia per eccellenza. Di privato non ci è rimasta neppure la volontà. Le nostre azioni vengono reindirizzate automaticamente dai motori di ricerca. Abbiamo bisogno di un dispositivo elettronico dotato di memoria esterna e di collegamento wi-fi per ricordarci il numero di telefono di nostra madre. Ci siamo dimenticati di avere una memoria. Dunque ha senso la domanda: “Cos’è la vita privata, oggi?”. È una foto ingrandita, riproposta in diverse sfumature di colore, posa sciatta, espressione imbambolata, definizione pessima.

Ma c’è del vantaggio in tutto ciò. La popolarità. Qualcuno ci crede davvero. Crede alle storie che ci vengono rifilate sulle web star che da internet sbarcano direttamente in TV. Peccato che soltanto pochi ci riescano e che il merito non sia certo da cercare nei clic, nelle faccine e nei pollici all’insù. Ai vantaggi immediati seguono i danni. Sempre.

Prendete, ad esempio, i topi d’appartamento e trasformateli in topi di bacheca. Entrano nei profili e li rubano. Ladri di identità. Nulla di metafisico. L’identità in questione consiste in tante foto che ritraggono tante uscite con tanti amici che consumano tanti abbracci sullo sfondo di tanti paesaggi ripresi da tante angolazioni.

Articoli Correlati

Certo, si parla di vita privata. Nessuno ha il diritto di abusarne. Ma forse è anche il caso di ricordare a noi stessi che il privato va dosato con parsimonia e intelligenza. Potremmo persino parafrasare le raccomandazioni della mamma, sempre attuali, e risolvere la questione della privacy dicendo: “Non tenete per nessun motivo le foto sul cellulare e sui servizi di cloud. E non accettate le richieste d’amicizia degli sconosciuti”. Ma non servirebbe a nulla. Facciamo prima ad ammettere che i killer della nostra privacy siamo noi stessi.

Per fortuna, ci sono persone che non hanno scheletri nel cellulare. Sì, ci sono. Insieme agli anziani, rimasti ancorati a quel tempo in cui la commozione era reale, non virale. E la vita si viveva davvero, tra sacrifici e sudore. Nessuno te la rubava. Ma quello è il passato. A noi resta soltanto il presente. E un futuro promettente. In fin dei conti, mi suggeriscono che oggi possiamo accedere a tutto ciò che vogliamo. Il progresso ci ha reso liberi. Un esempio? Possiamo disporre di un laptop con lettore di impronte digitali Touch ID, fotocamera con Self Timer camera, Bluetooth, A8 dual core a 64 bit e processore dual core. Dicono che sia importante. Qualunque cosa significhi.

 

Pubblicato il

05 Ottobre 2014, 09:00

Condividi sui social