Borsellino, il legale: "I pm non si sentano assolti" - Live Sicilia

Processo Borsellino, il legale della famiglia: “I pm non si sentano assolti”

In aula, a Caltanissetta, anche il figlio del magistrato, Manfredi
MAFIA
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“Abbiamo completamente maturato la convinzione che nell’opera di ricostruzione di ciò che è avvenuto dopo la strage di via d’Amelio, le approssimazioni, le anomalie, in realtà rispondevano a un disegno criminoso portato avanti da uomini che avevano il dovere di prodigarsi per ricercare la verità”. Lo ha detto l’avvocato Fabio Trizzino, legale della famiglia di Paolo Borsellino, nel corso della sua arringa nel processo sul depistaggio delle indagini della strage di via D’Amelio che si celebra a Caltanissetta, dinanzi al giudice Francesco D’Arrigo.

Manfredi Borsellino in aula

In aula Manfredi Borsellino, commissario della polizia di Stato a Palermo, figlio del giudice ucciso nella strage del 19 luglio del 1992, insieme a cinque agenti della sua scorta. “Se la verità ha una sua dimensione collettiva – ha continuato Trizzino – dobbiamo reclamarla e, in questo senso la famiglia, sta cercando di interessare l’opinione pubblica su questa vicenda proprio perché non si può chiedere un rafforzamento delle istituzioni democratiche senza la realizzazione del diritto alla verità. Questo processo elaborativo del lutto non sta riguardando soltanto i figli di Paolo Borsellino ma ha lambito e lambisce i nipoti che hanno difficoltà a parlare di questo nonno. Inevitabilmente c’è sempre quel buco nero per quanto riguarda la strage di via D’Amelio”.

L’accusa

Secondo l’accusa gli imputati del processo, i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo avrebbero indotto il falso pentito Vincenzo Scarantino a dichiarare il falso, mediante minacce, pressioni psicologiche e maltrattamenti, al fine di depistare le indagini sulla strage di via D’Amelio. “Mi rendo conto che è un’affermazione forte e dolorosa ma per quanto riguarda la dottoressa Palma e Petralia, come indagati di reato connesso, e il dottor Di Matteo, noi diciamo che ‘per quanto loro si possano credere assolti, riteniamo che siano lo stesso per sempre coinvolti’, e lo dimostrerò nel corso della mia arringa”. Il riferimento di Trizzino è all’indagine della Procura di Messina per concorso in calunnia nei confronti dei giudici Annamaria Palma e Carmelo Petralia, sempre in merito alla gestione di Scarantino. Indagine che è stata archiviata. Antonino Di Matteo invece si era occupato della prima inchiesta sulla strage Borsellino.

“Avevamo una procura dilaniata sull’attendibilità di Scarantino e alla fine sono stati i pm i sostenitori della sua attendibilità. E’ questo è inquietante”. Continua l’arringa dell’avvocato Fabio Trizzino. “Si sono spaventati? Avevano paura di buttare giù tutto l’edificio che stavano tirando su? Di fronte a certe storture procedurali – ha continuato Trizzino – rimango allibito. Le mie parti civili devono leccarsi non solo le ferite della strage di via D’Amelio ma anche del depistaggio. Abbiate pietà da questo punto di vista. Si poteva fermare quel depistaggio”. Poi il legale rivolgendosi all’imputato Mario Bo ha aggiunto: “Quando ho letto certe carte che la riguardano mi è venuto in mente un film, ‘Un cittadino al di sopra di ogni sospetto’. Il protagonista interpretato da Gianmaria Volontè fa di tutto per nascondere le tracce di ciò che ha fatto. E tutti dicevano ma non può essere lui. C’era questa pervicacia nel prendere in giro le istituzioni, i pubblici ministeri, che loro sapevano essere superficiali”.

Le parti civili: la sentenza del Borsellino-quater, punto di partenza

“La sentenza del ‘Borsellino-quater’ per noi rappresenta il punto di partenza per l’analisi di questo processo che vede imputati i poliziotti Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei. Sentenza che ha fatto luce su uno dei depistaggi più gravi della storia giudiziaria italiana”. Lo ha affermato l’avvocato Roberto Avellone legale di parte civile di Antonio Vullo, unico poliziotto della scorta di borsellino superstite nella strage, e dei familiari di Dario Traina ed Emanuela Loi, nel corso del processo sul depistaggio delle indagini di via D’Amelio che si celebra a Caltanissetta.

“Tra i tanti misteri in questo processo – ha proseguito il legale – mi ha colpito particolarmente quello dell’agenda rossa. Paolo Maggi, poliziotto della Squadra Mobile ha dichiarato di avere visto sul luogo della strage di via D’Amelio e negli istanti immediatamente successivi all’esplosione, degli uomini in giacca e cravatta, “gente di Roma”, già notati a Palermo negli uffici del dirigente della Squadra Mobile Arnaldo La Barbera (funzionario della polizia di Stato a capo del gruppo “Falcone-Borsellino di cui facevano parte i tre imputati, ndr), anche in occasione delle indagini sulla strage di Capaci. Ancora inqualificabile è definito dalla Corte di Assise del Borsellino-quater il comportamento tenuto da Arnaldo La Barbera, il quale riferiva alla moglie del giudice Borsellino che la borsa era andata distrutta nella deflagrazione salvo poi restituirla intatta dopo mesi, negando – a fronte delle insistenti domande di Lucia Borsellino – con toni accesi, offensivi e sprezzanti dei sentimenti dei familiari del defunto giudice l’esistenza di qualsivoglia agenda rossa. Atteggiamento aggressivo volto a mascherare, secondo la Corte, la propria difficoltà a rispondere alle domane poste. In un’intercettazione ambientale nel carcere di Milano Riina disse, interloquendo con Alberto Russo: ‘i servizi segreti gliel’hanno presa l’agenda rossa’”.


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