“Quasi un mese per il tampone” | Due storie di ‘isolamento’

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16 Aprile 2020, 20:02

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PALERMO – La Sicilia comincia a valutare una possibile riapertura post-ondata di Covid, ma ancora molti siciliani rientrati nell’Isola dopo il 14 marzo sono in attesa del primo tampone o dell’esito. Fra loro non c’è soltanto chi è rientrato dal Nord Italia ma anche chi ha intrapreso lunghi viaggi, resi necessari da varie circostanze, partendo da mete ben più esotiche della Lombardia o del Veneto. Così iniziano a emergere le storie di chi ha rispettato tutti i crismi previsti dalla normativa ma a un prezzo inaspettato.

Fra loro Maria Anna Di Gregorio, che effettuerà il test domattina dopo aver trascorso quasi un mese in isolamento. Come spiega lei stessa, “l’ordinanza del presidente della Regione che regola i rientri dopo il 14 marzo prevede una permanenza domiciliare obbligatoria di quattordici giorni, senza nessuna uscita e nessun contatto con altre persone; poi è previsto il tampone rinofaringeo, che dovrebbe arrivare a ridosso della fine di questo periodo e anche in assenza di sintomi di infezione. Io ho iniziato quella fase il 20 marzo – continua – quando sono tornata in Sicilia da un’isola nell’Oceano Indiano dove ho lavorato. Fino a oggi non avevo avuto nessuna garanzia. Nel mio caso si tratta di un ritardo di tredici giorni rispetto alla conclusione del periodo previsto, praticamente ho fatto una doppia quarantena”.

“Il 3 aprile ho scritto una mail all’Asp – continua Di Gregorio – con cui avvisavo di non aver mai avuto sintomi e di essere ormai prossima alla fase del tampone. Non mi è mai stata data risposta”. Maria Anna dice di aver tentato strade alternative per procedere al test, trovando però degli ostacoli: “Innanzitutto il mio medico ha alzato bandiera bianca – spiega – perché non è previsto che i medici di famiglia possano chiedere tamponi specifici, se non per assistiti che presentano sintomi; inoltre non mi risultano laboratori d’analisi autorizzati dalla Regione che permettano di fare il tampone a pagamento, cosa che a quel punto avrei fatto volentieri. Quando mi sono lamentata con l’Asp della mancanza di alternative, ho avuto un’unica risposta: secondo chi parlava al telefono, ho interpretato male l’ordinanza e non ho capito i tempi”.

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Al suo rientro in Italia, Maria Anna si è registrata al portale ‘Sicilia Sicura’. Lo stesso ha fatto Domenico Gangarossa, rientrato a Palermo da Cuba il 17 marzo dopo aver fatto scalo in una ‘zona rossa’. “Mi sono autodenunciato subito – racconta – ma non è successo assolutamente nulla fino al 28 marzo, quando finalmente dal portale mi è stato chiesto di comunicare il mio stato di salute ogni sei ore. L’ho fatto puntualmente”. Per Domenico la fatidica chiamata per effettuare il tampone è arrivata l’8 aprile: “Il risultato sarebbe dovuto arrivare entro quattro giorni circa – dice – ma ne sono già passati nove e ancora non so niente”. Anche Maria Anna sa che le toccherà la stessa attesa.

I paesi di partenza sono diversi, ma la denuncia è la stessa: “Nell’ordinanza non c’è traccia di uno scenario in cui il tampone venga fatto oltre la fine di questa nostra quarantena obbligatoria. Perché non siamo stati sottoposti al test a ridosso dei 14 giorni? – si chiede Di Gregorio – E come mai i siciliani che sono autorizzati a uscire per fare la spesa non devono fare il tampone, mentre io e gli altri in isolamento da trenta giorni sì? Mi sembra chiaro che questi test su di noi sono quasi sprecati”. Così anche Gangarossa: “Non capisco il criterio di scelta dei soggetti a cui fare il tampone – osserva –. Con le modalità attuali va a finire che veniamo privilegiati noi, chiusi in totale isolamento da un mese, col rischio che venga tolto il beneficio del tampone a chi invece magari ha sintomi di coronavirus o recentemente ha avuto contatti esterni pericolosi”.

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16 Aprile 2020, 20:02

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