Quel giorno di riposo | che diventa fatica

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29 Aprile 2018, 07:05

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Il Primo Maggio, come il 25 Aprile e in molte altre festività, numerosi lavoratori (nei trasporti, nella sanità, nell’ordine pubblico, nel turismo…) saranno impegnati necessariamente. Ma quanti lo saranno ingiustificatamente, solo in omaggio al consumismo e al vuoto esistenziale che esso deve tentare di riempire? Grandi magazzini, ipermercati, boutique: persino le rivendite di una certa marca di divani perennemente in svendita da alcuni anni.

E’ vero: nell’immediato questa liberalizzazione selvaggia del commercio favorisce titolari delle aziende, clienti e persino i dipendenti addetti alle vendite (almeno nei casi in cui gli venga riconosciuta l’indennità straordinaria del lavoro festivo). Ma alla lunga distanza? Siamo sicuri che il gioco (massacrante) valga la candela ? La Bibbia (“codice culturale” dell’Occidente, a prescindere dall’eventuale origine soprannaturale), ripresa e adattata dal Corano, ha indotto i seguaci delle tre maggiori religioni monoteiste a stabilire come sacro un giorno di riposo settimanale: il venerdì (per gli islamici), il sabato (per gli ebrei), la domenica (per i cristiani). Il precetto della pausa, dell’intervallo fra una serie di fatiche e la successiva, mira certamente a ricordarsi dell’Eterno; ma, almeno altrettanto, a regalare una tregua agli esseri umani, agli altri animali, persino alla stessa terra.

Che la prima motivazione, di ordine teologico, sia oggi offuscata e incerta è un dato di fatto (per molti versi comprensibile); ma perché misconoscere la seconda motivazione, di ordine antropologico? E’ qui in questione un’idea generale di uomo e un progetto complessivo di civiltà. Riteniamo che la felicità – o per lo meno la serenità – consista nell’acquistare e nel consumare o non piuttosto, più ancora, nel fruire di ciò che è bello e nel condividere ciò che si possiede?

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Come ripeteva Erich Fromm quando eravamo giovani, nell’avere (molto) o nell’essere (più)? Vogliamo una società che corra verso l’autodistruzione di sé e del pianeta o, invece, che curi il benessere psicofisico di tutti i viventi? Puntiamo sugli ideali olimpionici del “più veloce, più alto, più forte” o, secondo il suggerimento di Alexander Langer, del “più lento, più profondo, più dolce”?

La politica dovrebbe dare una propria risposta. Ma, a parte ogni altra considerazione, sarà in seconda battuta: la prima mossa, l’ imprinting , spetta alla cittadinanza. E noi, uomini e donne della strada, possiamo esprimere la nostra opinione, prima ancora che con il voto, con le nostre scelte economiche. Per esempio rifiutandoci di spendere, nei giorni festivi, un solo euro per beni e servizi non strettamente indispensabili. Un costante, testardo, sciopero dei consumi – se praticato da consistenti settori della popolazione – potrebbe indurre gli imprenditori a rivedere la propria filosofia: forse sino al punto da intuire che la “decrescita felice” (Maurizio Pallante) restituirebbe a loro per primi il gusto di riscoprire le ricchezze gratuite della vita. Epicuro lo aveva insegnato secoli prima di Gesù: “Le cose buone e necessarie sono facili ad ottenersi. Difficili da conquistare sono le cose inutili e superflue”.

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29 Aprile 2018, 07:05

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