Quelli del ristorante migliore

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07 Ottobre 2012, 01:47

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PALERMO– Che fortunati quelli che parli con loro si siedono nel migliore ristorante della città. Si vede che economicamente stanno proprio bene. Ma bene, bene. Sono quelli vestiti di tutto punto, accompagnati da signore fasciate da microabitini colorati e scarpe troppo alte che stanno a casa tutta la settimana, tra palestra, tornei di Burraco, calcetti ed amanti ma, il weekend si tirano a lucido e vanno a sedersi lì. Nel posto migliore, possibilmente in vetrina, come le foche all’acquario di Genova.

Quale sia il migliore ristorante a Palermo è facile da decidere, basta che abbia un rapporto qualità prezzo spaventosamente indecente, tipo che un piatto di escargot, se ci fossero, costerebbe novanta euro, ma siamo a posto perché a Palermo, il “migliore ristorante” al massimo ti propone una tartare di tonno su un letto di pistacchio, e solo perché va di moda e a lui, al ristorante, serve andare di moda. Infatti non è raro sentir dire in giro: “Ci sono andato subito, appena ha aperto.” Mi chiedo cosa, esattamente, questa cosa voglia dire. Posso capire se un atteggiamento così aggressivo si abbia verso un negozio, che già sai cosa vende, ti piace e quando finalmente arriva qui in Nord Africa ti ci sei fiondato subito. Ma attendere che apra un ristorante, che non sai nemmeno che cosa ha sul menu, sol perché ti pare figo farti vedere lì mi sembra, buh… patetico?

Parlo di quei posti che riescono misteriosamente ad installarsi in terreni dove ad altri viene negata la concessione, quei posti con le luci basse e la musica alta, dove la pasta con i ricci consiste in numero uno spaghetto con numero uno riccio e litri uno di panna, servito nel periodo di fermo biologico con la buccia di limone grattugiata, ma questo è niente. Qui aspetti ore per sentirti chiedere poi, se hai già ordinato, qui i camerieri ti ignorano e sbuffano se li chiami, il gestore ti fuma in faccia e ti parla con sufficienza mentre chiedi di avere un tavolo e ti spingono il gomito mentre porti la forchetta alla bocca nel rischio di auto-accecarti perché intanto c’è gente ubriaca che balla lì in mezzo. Ma ci si va. Perché, non si sa. Forse perché ti esalta l’idea che potresti sedere al tavolo accanto al politico o al calciatore, categorie, entrambe, che già basta nominarle e l’appetito mi si blocca insieme al cuore.

Forse perché dici a te stesso: invece di cambiare posto due volte in una sera, ne scelgo uno dove mi trattano male, aspetto due ore per mangiare cose precotte e bevo cocktail allungati con acqua fitusa (quando va bene) ma risparmio in benzina perché visto che è un ibrido tra pub, ristorante, salumeria, discoteca e locale di scambisti, posso stare lì dalle otto di sera alle quattro del mattino e mi compro anche un barattolo di bottarga e una fetta di prosciutto di cervo a soli seicento euro. Che convenienza, mica, è il caso di dirlo, pizza e fichi.

Il migliore ristorante non è più ahimè, quel posto riservato, dove si mangia divinamente e si parla sottovoce, dove i dipendenti sono professionali e il gestore è un signore, dove trovi una selezione di vini degna di un re e dove benedici quelle venti euro in più sul conto perché il piatto che ti servono è buono, genuino, ben cucinato, ben presentato, dove stai bene. Ma bene, bene. Nella nostra meravigliosa città, ricca di spunti da cui trarre riflessioni ed insegnamenti, questo tipo di locale non è considerato dai ‘più’.

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Purtroppamente c’è gente pronta e felice di lasciare sul tavolo centinaia di euro solo perché deve far vedere che è seduta lì. Giocano a fare i ricconi quando sul piatto hanno solo l’odore del cibo, e pure surgelato, e vanno tutti in ‘quel’ posto perché ‘tutti vanno in quel posto’. A leggerlo ha ben poco senso, mi rendo conto. Per fortuna spesso li riconosciamo, perché ad esempio, per tenere ferme quelle centinaia di euro sul tavolo, loro, elegantissimi, adoperano il bicchiere di amaro, attipo fermacarte, oltre a fare un numero impressionante di altre cose che prima o poi metterò insieme in una dettagliatissima, sconcertante lista.

Del resto, il signore si riconosce a tavola.

Ricordo un ‘Vacanze di Natale’ in cui al ristorante del Palace di Saint Moritz ci sono De Sica, Boldi e le rispettive accompagnatrici, che, chicchissimi ma ignorantissimi, leggono tutti e quattro il menu ad alta voce senza capire niente perché in francese e Sordi, in quell’occasione cameriere, li interrompe per zittirli dicendo: “E che è? …Volete ‘a trippa?”. Ma va bene va’… in questo modo almeno i ‘veri’ migliori ristoranti restano sgomberi da persone esageratamente chic.

 

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07 Ottobre 2012, 01:47

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