Regione, ecco le tre facce|della politica che muore

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22 Maggio 2009, 15:39

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 La politica che muore ha in Sicilia il volto affilato e levantino di Raffaele Lombardo. Il Governatore avverte i sintomi dell’accerchiamento, tenta di fare buon viso a cattivo gioco ma il sorriso gli si spegne all’angolo della bocca e finisce in una smorfia. Fingere non serve piu’. Formalmente, certo, non c’e’ un alleato che possa sfiduciarlo ed e’ anche impensabile che quarantasei deputati su novanta trovino il coraggio di rassegnare le dimissioni e dichiarare ufficialmente morta la legislatura. Ma lo scontro interno alla coalizione che l’anno scorso ha portato Lombardo al vertice della Regione ha superato ormai anche i limiti della decenza e la decenza che, si sa, e’ una qualita’ della vita.
Quanti giorni, quanti mesi, quanti anni saranno necessari per rimuovere il fango colato, in questi giorni, dalle parole limacciose pronunciate, in un carnevale di occasioni, dai piu’ autorevoli esponenti del centrodestra? Un campionario dell’insulto che va da “sanguisuga” a “stigghiularo”. Un reliquario da basso impero pari solo alla sfrontatezza con la quale il presidente della Regione cerca di montare, di fronte a ogni attacco, la sceneggiata manichea secondo la quale lui e il fedele moralista Massimo Russo sono i soli rappresentanti del bene; mentre tutti gli altri, quelli che vogliono cacciarli via, tramano per ripristinare lo sconsacrato impero del male. Scempiaggini, ovviamente. Ma chi ci salvera’ dal disgusto che sta per seppellirci? Quante volte, ti chiedi, un uomo dovra’ guardare in alto prima di poter vedere il cielo? “Ci vorrebbe un po’ di vento per sentire la risposta”, cantava Bob Dylan con disperata poesia.
La politica che muore ha in Sicilia anche il volto tagliente e beffardo di Francesco Cascio, presidente dell’Assemblea regionale; di quel parlamento cioe’ che nei momenti boriosi delle commemorazioni ama collegare la propria identita’ nientemeno che a Federico II. Cascio si muove tra le mura, gli archi, i marmi e i mosaici che facevano da corona allo Stupor Mundi. Respira da vicino la regalita’ della cappella Palatina e il suo studio si affaccia sulla stanza del trono, li’ dove la storia ha depositato, per secoli, misteri e ed ebbrezze del potere. Come ha potuto un ospite di tanto splendore ridursi a parlare di Iacp? Come ha potuto un inquilino di tanta magnificenza scavalcare ogni regola di eleganza pur di difendere, non un feudo, ma la spelacchiata presidenza dell’Istituto case popolari di Palermo?
Imbufalito per la defenestrazione di un suo fedelissimo, Cascio si e’ lasciato andare. Ha detto che il governo presieduto da Lombardo e’ “il peggiore degli ultimi quindici anni” e quando il presidente della Regione, per tutta risposta, gli ha spiattellato altre nomine di chiaro profumo elettorale, e’ arrivato al punto di minacciare un esposto alla procura della Repubblica. Tentazioni che, ormai, non si riscontrano piu’ nemmeno al culmine delle piu’ rissose riunioni di condominio.
La terza maschera della politica che muore e’ quella impomatata e questurina di Giuseppe Castiglione, detto Pippo, presidente della Provincia di Catania e, da appena un mese, coordinatore del Popolo della Liberta’ in nome e per conto di Renato Schifani, presidente del Senato, e di Angelino Alfano, ministro Guardasigilli. Un ruolo importante. Che Castiglione interpreta con rito etneo. Il suo obiettivo principale, infatti, e’ quello di regolare, con Lombardo, un vecchio conto politico e personale: quando, chiusa l’era di Umberto Scapagnini, il centrodestra dovette scegliere il nuovo sindaco di Catania, Castiglione credeva di essere il candidato naturale. Ma Lombardo pose un veto e preferi’ puntare su Raffaele Stancanelli, esponente di An. Da quel momento e’ scattata la faida – faida politica, va da se’. Con il risultato che la famiglia di Castiglione, genero del senatore Firrarello, non vede l’ora, come si dice da quelle parti, di “appattare la settanta”. Riuscira’ ad abbattere il tiranno seduto a palazzo d’Orleans?
Lui, bravuomo, ci spera. E si adopera, e si affanna, e si accanisce e ossessivamente agita la spada, come Orlando e Rinaldo nell’opera dei pupi. Solo che ai due cantastorie romani non interessa piu’ di tanto la sconfitta del feroce Saladino. A loro interessa soprattutto piegare Lombardo per togliere fiato a Gianfranco Micciche’, il padre che politicamente li ha generati, e impadronirsi definitivamente del partito. Micciche’, come Edipo, le sue colpe le ha, eccome. Da forzitaliota irruento e picaresco ha sostenuto Lombardo a viso aperto, oltre ogni limite. E lo ha sostenuto anche quando il leone catanese, ormai padrone del campo, divorava tutti gli altri abitanti della savana, a cominciare da Toto’ Cuffaro.
Schifani e Alfano per lungo tempo hanno sopportato, ingattati tra i damaschi. Ma quando si sono resi conto che la battaglia per le “europee” si sarebbe trasformata in una prova di forza, e dunque in un conto che Micciche’ avrebbe potuto presentare a Silvio Berlusconi, hanno sfoderato gli artigli. Per interposta persona, naturalmente. Se Castiglione gettasse via, per un momento, la sua mascherina grandguignolesca apparirebbero di colpo, in questo teatrino delle evanescenze, le loro faccine incipriate. Facce di bravi ragazzi.

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22 Maggio 2009, 15:39

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