Saremo, Falcone e Borsellino non sono figurine dello spettacolo

Sanremo, Falcone e Borsellino non sono figurine dello spettacolo

I due giudici e il monologo di Saviano.
SANREMO 2022
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Poco prima Amadeus aveva lanciato l’ennesima canzonetta che non passerà alla storia, sotto lo sguardo vigili degli sponsor, poco dopo Roberto Saviano ha declamato la sua orazione civile sui dottori Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che aveva sollevato polemiche preventive. I due giudici uccisi dalla mafia non più soltanto icone dell’indicibile, della speranza e del sentimento di riscatto degli onesti, ma figurine inserite in un meccanismo spettacolare e commerciale che ha afferrato gli eroi dal cielo in cui albergano e li ha abbassati al livello di una scintillante kermesse.

E questo non riguarda in sé il monologo dello scrittore che poteva piacere o non, che è magari piaciuto in alcuni passaggi, risultando scontato in altri, perché, piuttosto, chiama in causa un avvicinamento improprio di cui tutti sapevano tutto. Qui non si è trattato di prendere uomini giusti che hanno pagato un prezzo per esserlo – uomini, non statue – per incanalarli in una narrazione nazional-popolare. L’operazione è stata diversa – anche se Saviano non ha preso alcun compenso -: illuminare il volto sofferto del mito, con le sue implicazioni intime e laceranti, e poi passare la linea agli spot. Davvero non esistono altri modi per agganciare una tragedia talmente immane al senso comune?

Mentre l’autore di ‘Gomorra’ parlava, per contrasto, a tanti sono apparsi i volti dolenti di Capaci e di via D’Amelio. Il dottore Falcone e la dottoressa Morvillo, nel loro ultimo viaggio. I ragazzi delle scorte. Il dottore Paolo Borsellino che non sapeva che, quel giorno, avrebbe definitivamente smesso di fumare. E quell’agente che si avvicina alle lamiere contorte dell’autostrada, vede qualcosa e grida: “Giovanni!”, lui che l’aveva sempre chiamato con la deferenza del titolo e del cognome. Una sequenza infinita e inesprimibile. E adesso la pubblicità.


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Commenti

    Bisognerebbe ricordarlo anche alla signora Emma Dante, autrice di una oscena processione dei labari con i martiri in occasione della messa in scena de “I Vespri Siciliani lo scorso 20 gennaio.

    Mi dispiace molto ma non sono d’accordo.
    Proprio nel trentennale degli attentati, proprio quando la magistratura vive un periodo molto duro, proprio quando si era candidato a presidente della repubblica un pregiudicato che definì la magistratura un cancro delle istituzioni (lo stesso soggetto fortemente criticato da Paolo Borsellino), qualsiasi palcoscenico va bene pur di rinfrescare la memoria ad un popolo che purtroppo la memoria ce l’ha corta.
    E che lo faccia Saviano o chissà chi altro, non ha importanza. Così come allora, dobbiamo ricordare e stare in silenzio: per riflettere se abbiamo fatto abbastanza in memoria di Giovanni e Paolo o dobbiamo fare tanto ancora. E penso che forse è vera la seconda riflessione……se ancora oggi dobbiamo discutere quale sia il palcoscenico più adatto!!

    Saviano ha soltanto usato il nome di Falcone per fare pubblicità al suo programma, in onda tra qualche giorno. Del resto l’uso dei nomi dei nostri eroi sembra essere una mania dilagante tra chi si considera al di sopra degli altri. Lo ha fatto miseramente Ilda Boccassini per lanciare il proprio libro, lo fanno registi e scenografi anche teatrali per dare una qualche sostanza di pregio al loro lavoro. Quello che stupisce è che lo fanno anche i parenti più stretti. Forse per non rinunciare a privilegi che oscurano la miseria del loro animo e della loro vita.

    Sono certo che a breve non deve pubblicare un altro libro.

    Il problema è chi invita questi personaggi che per farsi pubblicità andrebbero ovunque.

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