Siciliano, una lingua che non conosce il futuro - Live Sicilia

Siciliano, una lingua che non conosce il futuro

La categoria del futuro diventa ancora più rilevante, quando è politico e non personale, se coinvolge la polis
LO STRETTO IMMAGINARIO
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Nel World Atlas of Language Structures, autorevole data base sulle lingue del Mondo, su 222 idiomi menzionati, in 110 il tempo futuro non esiste così come lo conosciamo. Nonostante questo, però, sembra facile proferire questa parola. Una facilità non giustificata dalla grammatica italiana, che ne contempla più di una forma, e da quella siciliana, in cui il tempo dei verbi al futuro non è nemmeno contemplato, e ogni proposizione riguardante un’azione futura è costretta a essere costruita al presente con il verbo che si fa precedere da un avverbio di tempo. In Sicilia è l’avverbio che fa il futuro, ed è esso a stabilire dove e quando avverrà: una sorta di patto d’onore, atto a garantirlo.

Il futuro, soprattutto quello semplice, è invece quel tempo dei verbi in cui ciò che si esprime sembra più un desiderio, un auspicio, che una ragionevole previsione determinata da un impegno. La categoria del futuro diventa ancora più rilevante, quando è politico e non personale, quando coinvolge la polis e non i singoli politai. L’ovvietà di quest’affermazione è legata alla quantità di tempo massimo che il futuro contiene nell’uno e nell’altro caso.

In un caso, si parla di un tempo per certi versi infinito, nell’altro radicalmente finito, e misurabile statisticamente. Niente di misterioso, tranne che, negli anni, questa banale nozione è stata completamente sradicata culturalmente. Oggi nessuno inizierebbe nulla, di materiale o immateriale, che non possa essere finito e goduto, prima che la sua vita finisca. Se nel Medio Evo la situazione culturale e antropologica fosse stata quella attuale, noi oggi non potremmo vedere nessuna delle Cattedrali che innervano il Continente Europeo, perché nessuno le avrebbe mai pensate e iniziate, in quanto, chi le immaginava e le iniziava, sapeva benissimo che non le avrebbe mai viste concluse.

Tra i tanti nodi che ritornano, anche in queste elezioni, l’incapacità culturale e antropologica, di immaginare azioni politiche che superino in prospettiva i tempi biografici di chi deve immaginarle e attuarle è quello più importante, ma è ovviamente quello su cui meno si può intervenire. Al momento esso è un nodo troppo stretto, difficile da sciogliere, ma di cui bisogna tenere conto se realmente e con capacità si vuole assumere una qualsiasi carica di governo di una comunità. Una politica non realista, infatti, è peggiore di una sua assenza.

La questione del futuro va riconfigurata alla luce di un’ignoranza strutturale sul suo significato profondo, patrimonio in negativo di tutte le possibili forze politiche. Soprattutto è un problema non nuovo, che caratterizza le democrazie liberali, che vivono di elezioni popolari scadenzate dentro un tempo forse troppo breve, che, di fatto, ha abituato le comunità democratiche a intendere il futuro come una misura del tempo elettorale (quattro, cinque, sei anni al massimo – dipende dai sistemi politici-).

La Sicilia (certamente non adesso) in virtù del suo Status Speciale, che concede un’autonomia anche storica, potrebbe trovare degli esseri umani e un momento per tradurre in tempo futuro siciliano la coscienza culturale contenuta nel suo linguaggio, trovando gli avverbi materiali necessari per poterlo declinare.

Quando Juscelino Kubitschek, in Brasile, vinse le elezioni, in una realtà culturale e antropologica in cui la questione del futuro era già come quella descritta, conscio della questione che sto provando a descrivere, indicò alla sua comunità non un progetto futuro dilatato nel tempo, ma un obiettivo futuro accorciato nei tempi, da lui definito “cinquant’anni in cinque”.

La modernizzazione del Brasile, nei pochi anni del suo governo, fu ovviamente solo iniziata, ma la furiosa e concentrata intensificazione di ogni azione e accensione di quel progetto, portò finanche le giunte militari successive a continuare il suo lavoro. Era il progetto a essere molto forte, e fu la scelta di un avverbio materiale trainante a garantirne la riuscita: la costruzione di una nuova capitale nel posto più desolato del Brasile.

Un progetto politico che voglia ipotecare il futuro, non ha bisogno di cronoprogrammi burocratici e notarili, ma di un elemento trainante (un avverbio di tempo materiale) così forte, da non poter essere messo in discussione nemmeno dal futuro stesso.


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