Sofismi in corsia

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25 Maggio 2014, 08:04

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Il mio pensiero e il mio sorriso sono subito volati a Totò, chirurgo un po’ sadico che s’accosta al tavolo operatorio ove giace il povero Pietro De Vico. Il professore è così miope da scambiare una sorella per un marinaio. “Quando opero non voglio estranei!”. “Ma Professore non c’è nessun estraneo”. “E quel marinaio chi è?”. “Ma Professore quella è la sorella”. “La sorella del marinaio ?….”. E quando il malcapitato De Vico protesta facendo notare di essere ancora sveglio, il luminare innesca il suo crescendo di rampogne: “Lei è un ignorante. Lei ignora i progressi della scienza. Ognuno deve fare il suo mestiere. Io faccio il chirurgo e non il ciabattino. Lei è un paziente che non ha pazienza. E che paziente è, abbia pazienza”.

Forse la scenetta non sarebbe stata così divertente se fosse stato in vigore il codice deontologico appena approvato dal Consiglio Nazionale della Federazione degli Ordini dei medici che abolisce il termine “paziente” per sostituirlo con “persona assistita”. Ho l‘impressione che, piuttosto che occuparsi di sofismi terminologici o dell’aggiornamento professionale fatto sulle carte francesi e non sulle riviste scientifiche, l’Ordine cui appartengo dovrebbe curarsi di altre e più sostanziali questioni. Ad esempio, quella della progressiva estromissione dei medici dal governo clinico degli ospedali o quella della medicina difensiva e del ruolo nelle cause mediche di certi periti così “di parte” da dimenticare ogni regola di rispetto della Medicina e dei colleghi.

E così, sembra che la moda della terminologia “politically correct” stia per invadere anche le corsie e gli ambulatori. Siamo partiti con le cameriere, divenute “collaboratrici familiari” o colf. Poi è stata la volta degli spazzini, promossi al rango di “operatori ecologici”. Ma il trionfo dei sinonimi, più o meno fantasiosi, riguarda il “mestiere più antico del mondo”. Quando ero ragazzino, la cronaca nera dei giornali riportava termini come “una di quelle”, “mondane”, “passeggiatrici”. Poi ci fu l’avvento del termine “mignotte”, espressione che rappresenta una crasi dei registri dell’Anagrafe di qualche decennio fa in cui “i figli del peccato”, in genere abbandonati davanti alle chiese o sulle ruote dei conventi, erano etichettati come “figli di madre ignota”, abbreviato in “figli di m.ignota”. Oggi “quelle” vengono definite “escort”, termine salito all’apice della popolarità dopo le rivelazioni della signora D’Addario sulle abitudini di certi satiri altolocati. Sarà, ma sempre di prostitute si tratta.

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Tornando all’argomento che più mi è familiare, trovo che il termine “paziente” per definire una persona, malata o no, che cerca i servigi di un qualsiasi operatore sanitario sia invece oggi più appropriato che mai. Ci vuole pazienza per trovare il proprio medico, visto che gli ambulatori sono spesso come le chiese della canzone di Venditti: “Chiuse quando ti vuoi confessare”. Ci vuole pazienza quando devi prenotare una visita in ospedale con il CUP che ti rimanda alle calende greche perché gli organici sono ormai così ridotti all’osso che è necessario limitare l’attività per gli esterni se si vuole assicurare la copertura dei turni di guardia. Ci vuole pazienza quando vai al Pronto Soccorso dove un piccolo manipolo di eroi, molto pazienti anch’essi, si barcamenano come possono per sopperire alle carenze dell’assistenza territoriale e per fronteggiare il misuso da parte di un’utenza che ricorre ai servizi di emergenza pure per facezie. Tanto lì, emergenza o no, non si paga ticket.

Ci vuole pazienza persino per tenere a mente, tra nome generico e nomi commerciali, i farmaci da assumere. E, ammettiamolo pure, ci vuole tanta pazienza per sopportare certi miei colleghi che, come Totò nella famosa scenetta, si ammantano di un intollerabile paternalismo e di un’irritante auto-referenzialità che, nell’era dell’information technology, mostrano la corda del loro anacronismo.

Faccio il medico da trentatre anni. Quando ho iniziato, la TAC non esisteva così come molti dei farmaci che uso adesso. Di rivoluzioni ne ho viste tante e, se il Signore vorrà, farò in tempo a vederne ancora. Eppure, checché ne dica l’Ordine, continuerò ad usare il termine cui sono abituato. Perché il rispetto per chi soffre prescinde dal come lo si chiami. Che abbia pazienza, come diceva Totò, o che mi riversi addosso tutto il suo carico d’angoscia, per me sarà sempre “il paziente”. Il soggetto oggetto del mio interesse professionale; il fine ultimo e l’essenza stessa del mio mestiere.

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25 Maggio 2014, 08:04

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