Sulle stragi abbiamo cercato concretezza e non scenari

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06 Giugno 2012, 10:51

7 min di lettura

Ho letto con autentica sorpresa il pezzo che il buon Cavallaro, che spesso leggo con apprezzamento, ha scritto sul sito “Live Sicilia” (sul quale è stata ripresa la rubrica “L’Infelice” pubblicata su I love Sicilia dello scorso mese, ndr) dal titolo “Le stragi del 1992: basta scenari, adesso vogliamo sentenze”.

Leggendolo ho pensato al pezzo di Antoine, cantato al festival di Sanremo del 1967 (che poi si rifaceva ad un pezzo scritto da Bob Dylan), e che più o meno recitava così: “Tu sei buono e ti tirano le pietre. Sei cattivo e ti tirano le pietre. Qualunque cosa fai, dovunque te ne vai, sempre pietre in faccia prenderai”.

Mi è venuta in mente questa canzone perché l’autore sembra volere, da chi fa le indagini sulle stragi, tutto ed il contrario di tutto: non vuole gli scenari, ma vuole le indagini sui concorrenti esterni; non vuole sospetti, ma li agita su “tanti investigatori e magistrati”, senza identificarli; e così potremmo continuare.

Mi sembra sia doveroso, dunque, tentare di mettere ordine in una materia in cui spesso sui giornali ho letto commenti in libertà (e forse, data l’estrema serietà dell’argomento, sarebbe bene scrivere di meno, e cercare di comprendere di più).

La Procura di Caltanissetta ha avviato, nel 2008, un “coraggioso” (lo dice lo stesso Cavallaro, e lo ringraziamo di questo) percorso che, per la prima volta in Italia, ha portato alla scarcerazione di sette persone condannate per strage, che si trovavano in prigione da circa 18 anni. Nel fare questo, raccogliendo le dichiarazioni di Spatuzza, Brusca, del “teste-non teste” Ciancimino, e di molti soggetti allora ai vertici delle istituzioni, si è dovuta affrontare una complessa rivisitazione di accertamenti che avevano il bollo di definitività della Cassazione.

Operazione che abbiamo fatto senza infingimenti, ritenendo che la forza della giustizia stia proprio nell’ammettere i propri errori, e nel rimediarvi; e non certo nell’arroccarsi su difese immotivate ed immotivabili di quanto accertato dalla Cassazione in via definitiva, come pure qualche politico commentatore ci aveva suggerito di fare. Ci siamo trovati, così, ad avere a che fare con comportamenti non solo di appartenenti alla criminalità organizzata, ma anche di appartenenti alla polizia, all’arma dei carabinieri, di politici, ed abbiamo trattato la materia, veramente ostica e difficile, credo con assoluto rigore ed equilibrio.

Abbiamo ritenuto così, oltre l’innocenza dei sette condannati, la possibile colpevolezza, per vari reati, di altri cinque associati, nonché che la c.d. “trattativa” fosse effettivamente avvenuta, che fosse iniziata prima della strage di Via d’Amelio, che Paolo Borsellino ne fosse informato, e che i vertici di Cosa Nostra ritenevano che fosse necessario superare un ostacolo per procedere nella trattativa stessa due giorni prima della strage di via d’Amelio. Ancora, acquisendo materiale anche della Commissione parlamentare Antimafia, abbiamo constatato che uno degli obiettivi della “trattativa” (l’annullamento del c.d. 41 bis) aveva trovato parziale riscontro nella mancata proroga nel novembre 1993 di oltre 300 41 bis, effettuata, a dire del prof. Conso, proprio per evitare che continuassero le stragi, che riguardavano anche tre componenti della Cupola mafiosa palermitana, ed altri importanti esponenti delle altre mafie.

E per capire che non si tratta di “scenari”, specifichiamo che già le Corti d’Assise di Caltanissetta e di Firenze avevano affermato che i contatti con Cosa Nostra da parte di alcuni appartenenti alle forze dell’ordine avevano avuto un effetto opposto a quello voluto (fermare le stragi), e che analogo effetto avevano avuto anche i “mancati rinnovi” del 41 bis di cui abbiamo parlato. Cosa Nostra si era convinta che le stragi “pagavano”.

Certo, questo non fonda alcuna responsabilità penale, per quanto di nostra competenza, e lo abbiamo detto. Ma è rilevante nella motivazione e nella tempistica delle stragi, come hanno giustamente affermato i giudici.

Altro che scenari!

Ma questo non c’è bastato. Abbiamo analizzato tutti i “buchi neri” che erano rimasti nell’indagine: abbiamo trovato il blocco motore della 126 utilizzata per la strage nelle foto del 19 luglio 1992 (si era sostenuto che non era presente; ciò al fine di provare che era stato collocato da qualcuno a fini depistatori dopo la strage); abbiamo ripescato alcune indagini condotte sul palazzo dei Graziano, e sul giardino che divide in due via d’Amelio, ingiustamente tralasciate, e che hanno trovato conferma (per la loro importanza centrale sul luogo in cui venne azionato il telecomando) nelle dichiarazioni di Fabio Tranchina; abbiamo detto che Cosa Nostra non ha utilizzato intercettazioni illecite sul telefono della casa dove stava la madre del collega Borsellino (così andando contro anni e anni di acquisizioni probatorie e processuali); abbiamo detto chiaramente che il pulsante non è stato pressato da Castello Utveggio, come qualcuno aveva suggerito. Abbiamo riportato le indagini sui componenti del gruppo Falcone-Borsellino, a seguito delle accuse di Scarantino, Candura e Andriotta, (i c.d. Pentiti che hanno ritrattato) ed abbiamo dato atto delle diverse ipotesi possibili in questo campo, su cui prenderemo una definitiva decisione al termine delle indagini.

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Dunque, abbiamo tentato di sgomberare il terreno proprio da quelle ”leggende metropolitane” che spesso hanno inframmezzato le indagini sulle stragi, in alcuni casi amplificate anche da interessate notizie stampa.

Dunque, La Procura di Caltanissetta ha fatto esattamente il contrario che individuare “scenari, contesti, ipotesi” generici quanto inutili. Ha cercato la concretezza. Ha cercato di celebrare processi. Lo ha fatto con grande attenzione al segreto investigativo, proprio sui c.d. “concorrenti esterni”, tanto che tantissime indagini svolte non sono mai emerse nelle cronache giornalistiche. E, quando vi erano tessere mancanti dell’intero puzzle delle indagini, se non vi erano prove sufficienti lo abbiamo detto chiaramente, e non abbiamo rincorso fantasiose ricostruzioni apparse su diversi organi di stampa né massimalismi investigativi di comodo.

Nulla di particolare, comunque. Abbiamo fatto solo il nostro dovere di magistrati.

Le indagini sui “concorrenti esterni” continueranno non perché amiamo andare dietro alle nuvole, ma perché – se da venti anni tre Procure italiane e la Procura Nazionale Antimafia impiegano energie in questo campo – dovrebbe essere chiaro a tutti che non stiamo buttando a mare soldi dei contribuenti facendole. Ma che sia chiaro a tutti che sono indagini di estrema difficoltà: per questo, anche se diciamo che le verità parziali non ci bastano, come hanno dichiarato giustamente Rita Borsellino e Maria Falcone, tutti devono rendersi conto che le verità che cerchiamo non sono verità giornalistiche o sociologiche, ma precise responsabilità penali. E queste sono ben più difficili da raggiungere, per giunta a venti anni dai fatti.

Chiediamo, dunque, rispetto per il nostro lavoro. Crediamo che le nostre storie personali stiano a testimoniare che faremo di tutto per scoprire la verità.

Un’ultima cosa: all’inizio dell’articolo si parla di “tanti investigatori e magistrati che andrebbero bocciati per gli errori commessi”. Mi si permetta di dire che ora è l’autore a rimanere nel vago. Detta così, per l’ignaro lettore, sembrerebbe quasi che tutti i magistrati e tutti gli investigatori sono responsabili di qualcosa. Sinceramente, in ossequio al principio di responsabilità personale, e proprio per evitare “sospetti e scenari”, mi aspetterei che il giornalista i nomi li facesse. Noi non abbiamo nulla da temere.

Domenico Gozzo

Procuratore aggiunto di Caltanissetta

Se il buon, ottimo, Gozzo vuole possiamo farne tanti nomi. Basta cominciare a chiedere se e perché sbagliarono a chi stava alla Procura di Caltanissetta prima di lui, da Tinebra a Di Matteo, dalla Palma a Tescaroli e così via. Per continuare con giudici di corte di assise e di cassazione che si sono bevuti le chiacchiere degli Scarantino. Ma non è questo il punto, anche perché è sempre possibile l’errore umano e professionale, fuori da depistaggi o altro. La questione è un’altra: abbiamo o no il diritto di essere amareggiati nel leggere in atti giudiziari quanto già vediamo su giornali e tv senza avere dopo vent’anni verità compiute, senza nulla togliere al rinnovato e coraggioso impegno che vede mobilitati Gozzo, i suoi colleghi, il procuratore Lari? Per il resto, onore a chi opera con riserbo, fuori da pubblicistica e comizi televisivi, colpendo duro quando trova le prove e individua la responsabilità penale (personale).

Fe. Cav.

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06 Giugno 2012, 10:51

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