Trattativa, ispezione del ministero| Dubbi e interrogativi a Palermo

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22 Giugno 2016, 19:40

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PALERMO – Non è solo per sgombrare il campo dal dubbio, smentito dagli stessi pm, che da qualche parte ci sia ancora una copia delle telefonate tra Giorgio Napolitano e Nicola Mancino. È la gestione dell’intera vicenda giudiziaria che interesserebbe gli ispettori del ministero di Grazia e giustizia.

Il guardasigilli Andrea Orlando a novembre scorso ha dato mandato al suo ispettorato di accertare la “effettiva documentazione e soprattutto corretta custodia delle intercettazioni” negli uffici della Procura di Palermo.

Le telefonate, indirettamente intercettate, sono partite dal telefono di Mancino il 24 dicembre 2011 alle ore 9.40 (durata 3 minuti); il 31 dicembre 2011 alle ore 8.48 (durata 6 minuti); il 13 gennaio 2012 alle ore 12.52 (durata 4 minuti); il 6 febbraio 2012 alle ore 11.12 (durata 5 minuti).

I pubblici ministeri del processo sulla trattativa Stato-mafia, allora coordinati da Antonio Ingroia, volevano depositare e ascoltare quelle telefonate da loro stessi definite “penalmente irrilevanti”. L’allora presidente della Repubblica, mentre i media anticipavano l’esistenza delle telefonate, si oppose con fermezza. Prima si rivolse all’Avvocatura dello Stato, poi al procuratore generale della Cassazione e infine sollevò un conflitto fra poteri senza precedenti. La Corte Costituzionale gli diede ragione e le intercettazioni furono distrutte.

La faccenda palermitana che spaccò la Procura, allora retta da Francesco Messineo, è tornata alla ribalta, dunque, a novembre, quando Ingroia, nel frattempo divenuto commissario di una partecipata su incarico di Rosario Crocetta e dopo avere visto fallire il suo progetto politico, annunciava in un’intervista a Libero di volere svelare il contenuto delle telefonate distrutte “magari attraverso un romanzo, un mezzo che mi permetterebbe di usare certi filtri per raccontare una realtà che va ben al di là della più fervida immaginazione”. Aveva pure un’ idea per il titolo: “Caro Giorgio come stai?”.

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E così il ministro ha chiesto se qualcuno detenesse copia di quelle telefonate nonostante l’ordine di distruzione. La Procura di Palermo ha risposto che nulla era sfuggito al controllo. A marzo, però, il capo degli ispettori ha fatto controllare i server del Palazzo di giustizia. Ancora una volta, esito negativo. I magistrati che hanno partecipato alle indagini (i procuratori aggiunti Vittorio Teresi, subentrato a Ingroia, e Lia Sava, i sostituti Antonino Di Matteo, Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia e Paolo Guido) hanno confermato per iscritto che i file non esistono più.

Tutto qua? Sembrerebbe di no. Ci sarebbero altri interrogativi aperti legati. La telefonate risalivano al periodo dicembre 2011-febbraio 2012, ma di esse si cominciò a parlare nel contenitore del processo sulla Trattativa Stato-mafia nel giugno successivo. Furono mesi di polemiche roventi, che precedettero l’uscita di Ingroia dalla magistratura e la sua discesa in politica. L’ex procuratore aggiunto prima, nell’ottobre 2012, annunciò di avere accettato un incarico delle Nazioni Unite per guidare una squadra investigativa sul narcotraffico. Poi, e siamo nel dicembre 2012, diede conferma ai rumors, candidandosi alla presidenza del consiglio con la sua “Rivoluzione civile”. Le elezioni di febbraio 2013 furono un disastro, l’ex pm raccolse una manciata di voti. Cosa c’entra, se c’entra, il suo impegno in politica con il processo sulla Trattativa e la gestione della vicenda delle telefonate Napolitano-Mancino?

E non sono le uniche intercettazioni che tante frizioni hanno creato al Palazzo di giustizia di Palermo. Come non ricordare quelle fra Ingroia e l’ex procuratore di Palermo, Francesco Messineo. Prima la decisione di Messineo di non firmare l’avviso di conclusione delle indagini sulla Trattativa. Poi, la presa di distanza del capo dei pm dalle parole di Ingroia che definì “politica” la sentenza della Corte costituzionale sulle telefonate di Napolitano. Era la fine di quel patto fra correnti che portò Messineo a Palermo dove, nel frattempo, era esploso un altro caso. L’ipotesi era che Messineo avesse rivelato notizie su un’indagine per usura bancaria a Francesco Maiolini, ex manager di Banca Nuova ed ex presidente dell’Irfis. L’inchiesta su Maiolini era coordinata da Ingroia. Sul tavolo del magistrato erano finite le intercettazioni fra il suo capo e il manager. Sei mesi dopo averle ricevute, e pochi giorni prima di volare in Guatemala per mettersi al servizio dell’Onu, Ingroia trasmise il fascicolo, intercettazioni comprese, a Caltanissetta. L’inchiesta nissena per la presunta fuga di notizie si chiuse, però, con l’archiviazione nei confronti di Messineo, “assolto” pure dal Csm.

L’intercettazione che, come si è dimostrato, non aveva alcuna valenza penale era rimasta nel cassetto di Ingroia per sei mesi ed è stata inviata a Caltanissetta dopo la rottura tra il pm e il suo capo. Come mai? Un altro interrogativo che il ministero si pone ogni qualvolta si parla di questa tormentata inchiesta.

 

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22 Giugno 2016, 19:40

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