Uccisero un uomo nel 1992|Tre arresti a Caltanissetta

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16 Luglio 2010, 09:46

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Attirato in una trappola mortale dall’amica della propria moglie con la promessa di una notte di sesso, Agostino Reina, 32 anni, ”stiddaro” di Gela, fu assassinato in modo atroce nel giugno del 1992. Sequestrato, torturato, poi strangolato con le mani da uno dei suoi aguzzini, alla presenza di almeno quattro ”picciotti”, minorenni, nuove reclute di ”Cosa Nostra”, e seppellito in un cimitero di mafia in aperta campagna. Per lui, sospettato di essere l’autore di due attentati contro la casa dei boss Emmanuello, di fronte alla chiesa di S. Giacomo, non ci fu alcuna pietà, ma solo una breve pausa prima dello strangolamento. ”Visto che non sei stato tu – avrebbe detto Davide Emmanuello – ti lascio altri cinque minuti di vita”. Dopo alcune settimane, infine, il cadavere fu riesumato e bruciato insieme ad alcuni pneumatici per non lasciare tracce e smentire eventuali rivelazioni da parte dei pentiti. Un delitto con un altro sconcertante retroscena: ai partecipanti alla missione di morte il clan Emmanuello corrispose un compenso di 100 mila lire ciascuno. E’ stata questa, a distanza di 18 anni da quel delitto, la ricostruzione dell’uccisione di Agostino Reina effettuata da Dda e squadra mobile di Caltanissetta con il contributo di due collaboratori di giustizia, numerosi accertamenti scientifici e riscontri obiettivi. Nel corso di una conferenza stampa presso la questura nissena, sono stati illustrati i dettagli dell’operazione, denominata ”Mantis Religiosa” (dal ruolo svolto dalla donna utilizzata come esca), che ha portato all’esecuzione di tre ordini di custodia cautelare in carcere, eseguiti durante la notte tra Gela e Milano piu’ un quarto provvedimento in rogatoria internazionale per un altro imputato, Alessandro Emmanuello, detenuto a Metz in Francia. ”Per i ragazzi che parteciparono al delitto, noti come il ”gruppo dello Chantilly”, dal nome della pasticceria di corso Aldisio, a Gela, davanti alla quale si riunivano – ha detto il capo della squadra mobile, Giovanni Giudice – fu una sorta di battesimo del fuoco”. La ricostruzione della guerra di mafia di Gela sta confermando un terrificante spaccato di quegli anni di piombo (dall’87 al ’92) caratterizzato da una inaudita ferocia e da una agghiacciante scuola di criminalita’, con decine di minorenni arruolati dalle cosche mafiose. Interessante è stato definito dagli inquirenti il ruolo dalla ”mantide” che attirò la vittima in trappola, Maria Rosa Di Dio, soprannominata la ”maga”, che allora aveva 33 anni. La donna è considerata una ”fedelissima” degli Emmanuello. Proprietaria di pi immobili, avrebbe ospitato i latitanti della cosca, forniva soldi e sesso attraverso un giro di prostituzione ma soprattutto avrebbe custodito il libro mastro delle estorsioni eseguite dalla famiglia.

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16 Luglio 2010, 09:46

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