Viaggio nella terra di nessuno | Le illusioni si fermano a Scillato

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16 Aprile 2015, 06:00

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CALTAVUTURO – Accanto al gigante di cemento ferito, sulle colline di Caltavuturo, è il silenzio il nuovo padrone. Il rumore delle auto, in questo primo giorno dopo sopralluoghi, passerelle e telecamere, è un ricordo lontano. Sotto la Rocca di Sciara dove i segni del lento smottamento durato anni sono ben visibili, il silenzio è irreale. L’unico suono di sottofondo è quello lieve del fiume, che scorre sotto il viadotto deserto. Poi, solo il canto degli uccelli e il vento che accarezza le piante. È la voce gentile della natura, che fiorisce tutt’intorno, in questo pezzo di Sicilia in cui le lancette del tempo sono tornate indietro di decenni. Gentile ma implacabile quella stessa natura che, complice la colpevole inerzia degli uomini, ha piegato i piloni dell’Himera, offrendo uno spettacolo d’apocalisse, con quella carreggiata appoggiata sull’altra, sbilenca e precaria come il futuro di un’Isola che si è ritrovata da un giorno all’altro spezzata in due.

Alcuni alberi d’ulivo hanno resistito alla frana, ne definiscono i contorni. In mezzo detriti e segni del crollo, giù, fino a raggiungere l’alveo del fiume, ai piedi del viadotto chiuso. Lì alcuni uomini dell’Anas sono al lavoro per dei rilievi. La strada che porta sotto la pancia del gigante ferito a morte è una vecchia arteria che porta a Caltavuturo, e che sarebbe chiusa da una transenna. “Spostatela se non riuscite a passare – suggerisce un uomo nei paraggi – lo fanno tutti”. Da lì sotto, la vista delle due carreggiate che si incontrano è impressionante.

È un mercoledì, il primo giorno dopo il trambusto dell’emergenza, dopo i codazzi appresso al ministro, le auto blu e la calca dei giornalisti. Hic sunt leones, qui comincia la terra di nessuno, la caporetto della devastata viabilità siciliana, cui lo smottamento ha inferto il colpo di grazia.

Tra Palermo e Roma continua il balletto del rimpallo di accuse sulla paternità del disastro. Qui, in questo lembo d’Isola, l’eco dei reciproci anatemi non arriva. Il pellegrinaggio sulle montagne per aggirare la chiusura dell’autostrada va avanti. Aspettando la bretella, che dovrebbe tamponare l’emergenza. Basteranno davvero i tre mesi annunciati? Lo scetticismo è d’obbligo per i siciliani, abituati ad altro genere di copione e di attese. E alla provvisorietà che diventa definitiva. Intanto, per marciare verso Catania, uscendo da Scillato tocca arrampicarsi su per la montagna, verso Polizzi Generosa. Una strada striminzita che serpeggia in un susseguirsi di tornanti micidiali. Le auto scorrono senza sosta, da queste parti di certo non se ne vedevano tante da decenni. E più si sale, più il panorama si fa mozzafiato tra radure verdeggianti, ginestre e strapiombi, più si ha l’impressione di viaggiare davvero su una macchina del tempo che riporta la Sicilia indietro di cinquant’anni. E quasi t’immagini che da uno di quei tornanti debba sbucare all’improvviso la strombazzante Lancia Aurelia de Il Sorpasso, con Gassman e Trintignant, o magari un bolide dei tempi d’oro della Targa Florio con Ninni Vaccarella al volante. Ma anche se a valle del pilone si avventura una vecchia Cinquecento rossa, questi non sono i primi anni ’60, la speranza di un futuro migliore che attraversava quell’Italia in bianco e nero è evaporata. È stata travolta da un’altra frana, lenta e inesorabile. Che ha piegato sotto il peso della rassegnazione ben più dei quattro piloni dell’Himera. E ha fatto definitivamente risvegliare la Sicilia dall’illusione di vivere nella civiltà.

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All’ingresso della Statale, sul cartello verde che segnala l’autostrada Palermo-Catania, il nome della città etnea è stato cancellato. Basterebbe quel tratto a raccontare l’apocalisse. Colonne d’auto procedono a passo lento su per la montagna. I mezzi pesanti si arrendono prima, alla biforcazione che segue l’area industriale di Termini Imerese. Per loro la scelta è obbligata, si va per forza verso Messina, come in un gioco dell’oca beffardo. Impensabile per i giganti della strada scalare mulattiere da grimpeur.

Questa la Sicilia, sono queste le sue strade. Dimenticate, vetuste, impresentabili, roba da rally. Le provinciali, ridotte a trazzere, cadono a pezzi lontane dal clamore mediatico. Ci vorrebbero i soldi per cambiare le cose. Ma quelli sono finiti, come la speranza.

Resta il miraggio della bretella. Tre mesi. Lo ha detto anche Delrio. Per il momento la Sicilia si tiene il delirio. E si attrezza per voli d’emergenza sulla tratta Palermo-Catania. Magari con paracadute optional per chi deve scendere a una fermata intermedia. L’era della normalità dell’anormale è iniziata. E a queste latitudini non si può dire mai quanto durerà. Ancora troppo fresco per chi ha i primi capelli bianchi è il ricordo dell’eterno cantiere sulla Palermo-Messina, con fermata alle ceramiche di Santo Stefano di Camastra, per credere alla promessa dei tre mesi. Novanta giorni passano presto. Scatteranno per l’esattezza il 14 luglio, che a Palermo è il giorno del Festino. Chissà che la Santuzza non faccia davvero il miracolo. Nel frattempo, sulla spina dorsale dell’Isola la strada manca sotto i piedi, come il cammino della Sicilia verso il futuro, mentre il vento soffia nel silenzio delle colline tra Scillato e Caltavuturo.

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16 Aprile 2015, 06:00

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