Il verbale
Dal "non ci sto" al "non ricordo"
Ma Scalfaro è stato sentito a 92 anni
Domenica 29 Gennaio 2012 14:49 di Andrea Cottone
L'immagine di Oscar Luigi Scalfaro, nell'immaginario collettivo, è legata a quelle tre parole scandite in diretta tv a reti unificate: “Non ci sto”. Era stato coinvolto, con l'allora ministro dell'Interno, Nicola Mancino, nello scandalo dei fondi neri al Sisde, il servizio segreto civile. Poi si scoprì che era una calunnia ma allora, siamo negli ultimi mesi del 1993, sembrava che l'architettura dello Stato stesse crollando sotto i colpi delle bombe della mafia e delle manette di “Mani Pulite”. Dopo tanti anni, il 15 dicembre 2010, Scalfaro è stato sentito dai magistrati palermitani che indagano sulla presunta trattativa Stato-Cosa nostra. Il suo nome, infatti, entra nella vicenda inerente la mancata proroga di centinaia di 41 bis a boss mafiosi. Memori di quel “non ci sto”, gli investigatori si attendevano un cono di luce dalla sua audizione ma, negli uffici del Senato, Francesco Messineo, Antonio Ingroia e Nino Di Matteo, dovranno mettere a verbale solo buchi di memoria. Ma, è doveroso premetterlo e sottolinearlo, Scalfaro è stato sentito all'età di 92 anni, riguardo avvenimenti risalenti a 17 anni prima.
Nicolò Amato, capo del Dap nella prima parte del 1993, è stato sentito dai magistrati palermitani e ha sostenuto che il suo avvicendamento fosse stato dettato dal capo della polizia, Vincenzo Parisi, in accordo proprio con Scalfaro e Giovanni Conso, allora Guardasigilli. A questi si aggiunge anche il monsignor Fabio Fabbri, segretario dell'ispettore dei cappellani carcerari, che ha raccontato come Scalfaro lo convocò al Quirinale preannunciandogli il siluramento di Amato. Anche Gaetano Gifuni, storico segretario del Capo dello Stato, ha rivelato che Amato fu rimosso “sostanzialmente nell’accordo tra il ministro Conso, il presidente del Consiglio Ciampi e il presidente della Repubblica Scalfaro”. Poi c'è un atto in particolare che ha attirato l'attenzione dei magistrati e che riguarda l'uomo forte del Dap, l'ex magistrato Franco Di Maggio. Per diventare vice direttore, non avendo le qualifiche necessarie, è stato necessario un decreto di Scalfaro che lo nominava consigliere della Presidenza del Consiglio, parificandolo, così, ai dirigenti generali dello Stato”. Amato, il suo successore Adalberto Capriotti, e Di Maggio, sono i protagonisti della mancata revoca dei 41 bis, per gli inquirenti il “colpo di spugna” dello Stato di fronte alle bombe che esplodevano a Romano, Firenze e Milano.
Ma, a proposito dell'avvicendamento fra Amato e Capriotti , Scalfaro ha affermato di non saperne nulla. “Nessuno mi mise al corrente delle motivazioni che portarono a tale avvicendamento. Anzi, non ho alcun ricordo della persona del dottor Amato; non sono neppure in grado di affermare di averlo mai conosciuto. Voglio subito precisare che, più in generale, sia quando ero ministro della Repubblica Italiana che successivamente ricoprendo la carica di Presidente della Repubblica, nessuno mi ha mai messo al corrente né io ebbi, altrimenti notizie di alcun genere, su presunte 'trattative' tra lo Stato e la criminalità organizzata”. A questo aggiunge di non aver avuto mai “alcuna notizia su possibili divergenti opinioni di esponenti istituzionali e politici sull’applicazione del regime di cui all’art. 41 bis”.
Scalfaro continua: “Avevo frequenti interlocuzioni con il prefetto Vincenzo Parisi, allora capo della polizia per motivi istituzionali. Parisi era un funzionario che stimavo profondamente per la sua professionalità. Posso dire con assoluta certezza che nulla ebbe mai a dirmi, durante il lungo periodo in cui abbiamo intrattenuto rapporti, circa una possibile 'trattativa' tra Stato e mafia, né al riguardo del 41 bis e di possibili connessioni tra l’applicazione di quel regime penitenziario e gli episodi stragisti del 1993”.
E conclude: “Nulla seppi, nel 1993, della mancata proroga di circa 300 provvedimenti di applicazione dell’art. 41 bis a carico di detenuti per reati di associazione mafiosa. Conseguentemente nulla posso dire in ordine ad eventuali connessioni tra tali mancate proroghe e l’esistenza di progetti più ampi di affievolimento del regime di detenzione nei confronti di detenuti mafiosi. Oggi, avendo recentemente appreso tale notizia dagli organi di stampa, posso soltanto supporre, pur non avendo nessuna conoscenza in merito, che quella decisione sia stata presa dal ministro Conso per ragioni di umanità nei confronti dei detenuti. Il ministro Conso è sempre stata persona di grande sensibilità umana ed è possibile che per tale ragione, consultandosi i suoi collaboratori abbia adottato quella decisione”.
Nicolò Amato, capo del Dap nella prima parte del 1993, è stato sentito dai magistrati palermitani e ha sostenuto che il suo avvicendamento fosse stato dettato dal capo della polizia, Vincenzo Parisi, in accordo proprio con Scalfaro e Giovanni Conso, allora Guardasigilli. A questi si aggiunge anche il monsignor Fabio Fabbri, segretario dell'ispettore dei cappellani carcerari, che ha raccontato come Scalfaro lo convocò al Quirinale preannunciandogli il siluramento di Amato. Anche Gaetano Gifuni, storico segretario del Capo dello Stato, ha rivelato che Amato fu rimosso “sostanzialmente nell’accordo tra il ministro Conso, il presidente del Consiglio Ciampi e il presidente della Repubblica Scalfaro”. Poi c'è un atto in particolare che ha attirato l'attenzione dei magistrati e che riguarda l'uomo forte del Dap, l'ex magistrato Franco Di Maggio. Per diventare vice direttore, non avendo le qualifiche necessarie, è stato necessario un decreto di Scalfaro che lo nominava consigliere della Presidenza del Consiglio, parificandolo, così, ai dirigenti generali dello Stato”. Amato, il suo successore Adalberto Capriotti, e Di Maggio, sono i protagonisti della mancata revoca dei 41 bis, per gli inquirenti il “colpo di spugna” dello Stato di fronte alle bombe che esplodevano a Romano, Firenze e Milano.
Ma, a proposito dell'avvicendamento fra Amato e Capriotti , Scalfaro ha affermato di non saperne nulla. “Nessuno mi mise al corrente delle motivazioni che portarono a tale avvicendamento. Anzi, non ho alcun ricordo della persona del dottor Amato; non sono neppure in grado di affermare di averlo mai conosciuto. Voglio subito precisare che, più in generale, sia quando ero ministro della Repubblica Italiana che successivamente ricoprendo la carica di Presidente della Repubblica, nessuno mi ha mai messo al corrente né io ebbi, altrimenti notizie di alcun genere, su presunte 'trattative' tra lo Stato e la criminalità organizzata”. A questo aggiunge di non aver avuto mai “alcuna notizia su possibili divergenti opinioni di esponenti istituzionali e politici sull’applicazione del regime di cui all’art. 41 bis”.
Scalfaro continua: “Avevo frequenti interlocuzioni con il prefetto Vincenzo Parisi, allora capo della polizia per motivi istituzionali. Parisi era un funzionario che stimavo profondamente per la sua professionalità. Posso dire con assoluta certezza che nulla ebbe mai a dirmi, durante il lungo periodo in cui abbiamo intrattenuto rapporti, circa una possibile 'trattativa' tra Stato e mafia, né al riguardo del 41 bis e di possibili connessioni tra l’applicazione di quel regime penitenziario e gli episodi stragisti del 1993”.
E conclude: “Nulla seppi, nel 1993, della mancata proroga di circa 300 provvedimenti di applicazione dell’art. 41 bis a carico di detenuti per reati di associazione mafiosa. Conseguentemente nulla posso dire in ordine ad eventuali connessioni tra tali mancate proroghe e l’esistenza di progetti più ampi di affievolimento del regime di detenzione nei confronti di detenuti mafiosi. Oggi, avendo recentemente appreso tale notizia dagli organi di stampa, posso soltanto supporre, pur non avendo nessuna conoscenza in merito, che quella decisione sia stata presa dal ministro Conso per ragioni di umanità nei confronti dei detenuti. Il ministro Conso è sempre stata persona di grande sensibilità umana ed è possibile che per tale ragione, consultandosi i suoi collaboratori abbia adottato quella decisione”.
Ultima modifica: 29 Gennaio ore 16:40
























unu mianu
Pieno cordoglio per la morte di un uomo. Come Presidente non ha certamente lasciato un buon ricordo: sicuramente il peggior Presidente della Storia Italiana.
Il presidente meno stimato della storia repubblicana! opero' con arroganza, rancore politico e da presidente non conobbe imparzialità e tantomeno trasparenza.
quannu morunu tutti boni sunnu!
Scalfaro un politico d'altri tempi, un gigante rispetto ai nani della seconda repubblica, una persona perbene, un cattolico democratico, uno dei rappresentanti della costituente. di fronte a questi galantuomini del passato, la politica di oggi si dovrebbe inchinare, dovrebbe rispettare l'uomo e il politico d'altri tempi e dovrebbe esprimere stima!
invece si sentono giudizi impietosi da parte di massimi rappresentanti della giunta piu' "amata" della storia di palermo!
signor stefano santoro nessuno la rimpiange come assessore, ma ci faccia rimpiangere un politico d'altri tempi e di altro stile come Oscar Luigi Scalfaro. Ma poi chi lo ha detto che e' il presidente meno stimato della storia? signor stefano santoro, pensi a certi presidenti coinvolti in scandali piu' o meno gravi. rispetti la memoria di un galantuomo come scalfaro. e poi signor santoro si informi in giro a palermo, chieda ai palermitani cosa ne pensano dell'amministrazione comunale di cui lei era uno dei massimi rappresentanti come assessore.
Essendo un politico, ovviamente, è morto a quasi 100anni.
Una pensione "d'oro" in meno.
Non mi piaceva.
Buchi di memoria come tutti i protagonisti dell'epoca mi pare. Ho ascoltato oggi l'intervista di gennaio 2011 (un mese dopo l'interrogatorio) riproposta da Licia Colò, mi sembrava alquanto lucido e pronto di spirito.
Tra l'altro si dice che con l'età si ricordano meglio fatti passati che fatti recenti.
E per di più se ha affermato "posso dire con assoluta certezza che [Parisi] nulla ebbe mai a dirmi", questo è diverso dal dire "non ricordo".... Significa negare...
Ma qui si tratta di un'amnesia collettiva di Stato, un'amnesia selettiva. C'è un'intera classe politica della prima repubblica che sta trattando da imbecilli i magistrati e con loro noi cittadini, il popolo italiano in nome dei quali la giustizia è amministrata. Vogliono farci credere di essere stati governati da una massa di stupidi e incapaci che erano all'oscuro di tutto e non capivano niente. Negano anche l'evidenza.
I vari Mancino, Scalfaro, Amato, Conso, Violante, Scotti, Ciampi, Martelli, Forlani, De Mita, etc...
Escono fuori documenti riservati della DIA e dello SCO a dimostrare che anche i vertici di questi organismi sapevano: parliamo di Gianni De Gennaro autore dello sconvolgente rapporto segreto della DIA pubblicato da l'Unità. L'intoccabile al di sopra di ogni sospetto.... E parliamo dei vertici dello SCO di allora, quindi di Nicola Simone, Antonio Manganelli (un altro De Gennaro boy), Alessandro Pansa. Sarà un caso che le nomine a capo rispettivamente della DIA e dello SCO di De Gennaro e Simone furono fatte a fine marzo 1993 da Nicola Mancino, poche settimane dopo l'arresto di Totò Riina e la non perquisizione del covo, ovvero l'inizio della vera trattativa?
Mi auguro presto di vedere questi politici e funzionari chiamati a rispondere dei loro vuoti di memoria, delle loro contraddizioni, della loro omertà di Stato. Se la legge è uguale per tutti.
che tristezza i nonricordo su trattativa,stragi,41bis.di tante stimate personalità istituzionali.es. Scalfaro,Ciampi,Conso,Amato
Bisogna chiedersi,perche è STATO SENTITO A 92 ANNI,PER VICENDE ACCADUTE 17 ANNI PRIMA?
...... interrogato dopo 18 anni? certo potevano aspettare qualche altro anno ed utilizzare così altri metodi. SIGNOR NON RICORDO.
mi ricordo quando ha avuto paura quandi mori' borsellino dentro la cattedrale di palermo con un popolo in rivolta.alloro ho capito che aveva qualche scheletro dentro l'armadio.penso che sia stato un altro equilibrista dei banchieri.
Può la morte cancellare le nefandezze di una vita? Non credo. Se così fosse, a tutti toccherebbe il Paradiso per il solo fatto di morire. La morte è comunque l'unico momento di verità di una vita, anche la più falsa e ipocrita. E' anche il momento in cui la Giustizia ci obbliga a rendere conto delle nostre azioni. E questa volta non vale dire "io non ci sto".
Oscar Luigi Scalfaro è stato un uomo falso ed ipocrita fino alla fine e in questo sta la tanto decantata coerenza, di cui tutti i giornalisti televisivi ci parlano ossessivamente da ieri. Non ricordava, e i magistrati lo giustificarono per l'età. Ma ciò non gli impedì di scrivere libri al limite della decenza logica e deontologica.
Oscar Luigi Scalfaro se ne è andato con il suo bagaglio di segreti sui rapporti che ebbe con il capo della Banda della Magliana, sul suo reale ruolo negli anni '92 '93, sul mancato rispetto della Costituzione, che a parole tanto difendeva, quando permise che governasse una forza politica che aveva perso le elezioni.
Fu un sepolcro imbiancato di evangelica memoria, con la indulgente benedizione di uomini par lui. Fu quello che si scandalizzò perché una signora mostrava in piena estate una caste scollatura,novello censore dei comportamenti altrui, ma godette sempre di favori e leggi personali.
Il suo "io non ci sto" fu letto da molti come un ricatto: se mi attaccate, io parlo. Non lo attaccarono, non parlò.
Non ci fu, a mia memoria, un'inchiesta sullo spreco di danaro pubblico durante i suoi vari incarichi. Quando era Presidente si fece un vago cenno a un architetto...ma poi tutto finì nel nulla. Non una foto, non una intercettazione, nulla di nulla. Scalfaro, tutto sommato, faceva comodo.
Oggi è sepolto dalle stese parole ipocrite, di cui fu grande dispensatore, ad opera dei suoi tanti colleghi.
Io lo continuerò a ricordare come il Presidente che gli uomini della polizia e volevano linciare, all'uscita dalla Cattedrale di Palermo, dopo la funzione in onore di Paolo Borsellino, davanti al suo feretro.
Da il Foglio quotidiano. «Berlusconi tace sulla morte di Scalfaro Dopo anni di insulti, da “serpente” a “golpista”: honhil 0 minuti fa 30/01/2012 ore 13:18 Mio nonno mi diceva che nella vita importante non è quello che si fa, ma come si fa. Era nato nell’ultimo venticinquennio dell’ottocento e aveva pensieri e comportamenti positivi di quel secolo: la parola data aveva il valore di un atto registrato e il senso del dovere e dell’onestà erano le molle che davano la spinta ad ogni sua azione. I tempi erano forse peggiori degli attuali, essendo stati quelli del primo dopoguerra, ma c’era la speranza del domani, che oggi sembra mancare, in modo particolare ai giovani. Sulla base di quella speranza, poiché quasi tutto quello che aveva costruito nella sua vita, e non era stata poca cosa, se ne era andato con la guerra, l’unica vera eredità che mi poteva lasciare era l’ esempio e qualche buon insegnamento. Tra questi c’erano appunto lo sprono a fare il mio futuro lavoro in modo onesto e corretto (essendo l’unico vero parametro che ha la gente per misurarci) e di avere riguardo a non infangare il nome che portavo. Parole di buonsenso che la maggior parte di noi si porta appresso fin dalla prima infanzia. E se uno le perde nel corso della vita, le perde a suo rischio e pericolo. Non è che avere gli avi nel Pantheon nazionale può assolverci delle nostre possibili colpe? I primi a tenere alto l’onore del nome che portiamo dobbiamo essere proprio noi stessi. Non si può pretendere che la gente (e la giustizia) passi sopra alle nostre incongruenze morali per il nome che portiamo, o per salvaguardare quel nome dalle intemperie etiche che gli eredi alimentano. Questo vale per ciascuno di noi, come valeva per il presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Del quale, nel bene e nel male, in merito alla sue funzioni istituzionali si possono tessere le lodi o dipanare le matasse di inconfessabili intrecci che con quelle funzioni non avevano nulla a che fare. Senza che, nell’un caso o nell’altro, venga interpretato come un voler portare solo incenso o solo aceto sulla sua tomba . "IO NON CI STO" aveva gridato a tutta la nazione, a reti unificate, in quel suo discorso del 3 novembre 1993. L’Italia tutta l’ascoltò attonita e i suoi amici e colleghi magistrati si tennero lontani dal quel possibile inconfessabile intreccio “da cento milioni che mensilmente riceveva dal Sismi.” Senza parlare, come asserisce “Gifuni e un prete” che “lavorò per alleviare il 41 bis ..” Ma, se è pur vero che la morte rende tutti buoni e angelici, però, non per questo tutta la colpa sta dalla parte di Berlusconi perché “nel giorno della morte dell’ex presidente, il leader del Pdl è l’unico politico di primo piano che non abbia speso una parola, neppure di circostanza”. Perché fare un esercizio di pura ipocrisia? Meglio il silenzio.»
alla fine "pace all'anima sua"
@Adriana Jone: "Sarà un caso che le nomine a capo rispettivamente della DIA e dello SCO di De Gennaro e Simone furono fatte a fine marzo 1993 da Nicola Mancino, poche settimane dopo l’arresto di Totò Riina e la non perquisizione del covo, ovvero l’inizio della vera trattativa?"
Repetita iuvant:
La "non perquisizione del covo" non è un bel niente, e tanto meno "l'inizio della vera trattativa". E' stata una scelta investigativa condivisibile e condivisa da Caselli, che l'ha adottata proprio perchè strategia condivisibile e perchè la "perquisizione" sarebbe stata un'operazione inutile e controproducente. Per avanzare accuse contro i carabinieri che arrestarono Riina (notare bene: lo stesso Riina che avrebbe detto a Brusca di essere "in trattativa" con i servizi segreti e di aver presentato un "papello". Loro, come risposta al papello, lo arrestarono, pensi un po'...), negli anni successivi si è dovuti ricorrere a molte gravissime falsità, e gliene elenco alcune: a) si è detto (e noti bene: quando scrivo "si è detto" sto parlando anche e soprattutto di affermazioni provenienti proprio dai suoi magistrati e dai suoi giornalisti preferiti, e non solo da improbabili "pentiti") che i mafiosi si son portati via tutti i mobili dalla casa: FALSO. I mobili c'erano tutti. b) si è detto che i mafiosi hanno fatto scomparire gli effetti personali e le tracce di DNA che avrebbero potuto ricondurre agli occupanti: FALSO. C'erano persino documenti con dati anagrafici atti all'identificazione. c) si è detto che era stata smurata ed asportata la cassaforte. FALSO: la cassaforte era salda al suo posto. d) si è detto che Ultimo aveva asportato una telecamera piazzata su un lampione a sorvegliare il covo: FALSO. Non c'è mai stata nessuna telecamera su lampioni. e) si è detto che Caselli ha deciso dopo 2 settimane di procedere alla perquisizione perchè si rese conto che il cap. De Caprio aveva sospeso la sorveglianza del covo. FALSO: quando Caselli seppe da De Caprio che la sorveglianza di Via Bernini era stata momentaneamente sospesa solo per ragioni di copertura, dopo due settimane dall'arresto, accettò le spiegazioni del capitano e non procedette ad alcuna perquisizione. Trascorsi però altri due giorni ordinò invece la perquisizione perchè, nel frattempo, l'ANSA a seguito di una soffiata pubblicò una notizia che bruciò la copertura e tutta l'operazione.
Lei, JONE, che è sempre pronta a far del sarcasmo sui vuoti di memoria dei politici, perchè non si applica allo stesso modo a proposito di queste bugie vergognose, ed invece le supporta dando per scontato ciò che non è assolutamente (se non nelle invenzioni del suo testimone preferito), e cioè che l'operazione su quel covo sia stata un'indizio di "trattativa"? Ed inoltre, veda se riesce ad aiutarmi con questo problemino di logica: se il nuovo referente della trattativa, per quanto concerne la mafia, era Bernardo Provenzano, che aveva contrattato con il ROS una tregua che si fondava da un lato sulla consegna di Riina e l'interruzione delle stragi, e dall'altro sulla sua impunità, che c'azzeccano con questi accordi l'alleggerimento del 41bis e le stragi del 93? Ma Provenzano non era stato scelto come nuovo interlocutore della trattativa ed eletto a nuovo capo di Cosa Nostra con l'aiuto del ROS che gli tolse di mezzo Riina, proprio in quanto era l'elemento che, per sue intrinseche peculiarità, avrebbe evitato altri spargimenti di sangue? E allora le stragi successive? Vuol dire che Provenzano non contava un cappero o che non intendeva mantenere la parola data? Ma allora se non manteneva la parola data ed autorizzava nuove stragi, perchè continuare a garantirgli l'impunità?
E dunque non lo vede che queste teorie sulla trattativa iniziata nel 92 e proseguita nel 93 sono prive di qualsiasi logica, contradditorie e, direi anche, persino clownesche, tanto non si reggono in piedi? Ma non lo vediamo che ogni volta che si cerca fatti per supportarle, emergono più che altro soltanto bugie e manipolazioni? Non era lei la stessa Adriana Jone che a proposito di vuoti di memoria citava in prima fila il caso di Nicolò Amato, che a seguito di un'interpretazione (volutamente) forzata ed omissiva di un suo testo (ed ecco un'altra falsificazione) fu accusato di essere il deus ex machina dell'alleggerimento del 41bis nel 93? E che mi dice, oggi che Nicolò Amato è stato scagionato, e si invece è accertato che per procedere con quegli "alleggerimenti", fu necessario (protagonista Scalfaro) silurarlo e sostituirlo alla direzione del DAP? Lei pensa che il fango contro le persone oneste sia sempre gratis, Sig.ra Jone? Che mi dice delle sciocchezze sui suoi rapporti con Mori tirate tempestivamente fuori dal cilindro dal suo superteste preferito, che tanto per cambiare ha raccontato di una sua visita allo studio del dott. Amato ad un indirizzo dove lo stesso Amato si insediò soltanto mesi dopo quella presunta visita? Lei, sig.ra Jone, è al corrente di ciò che succede nei paesi dove la giustizia è gestita seriamente, ai testimoni che commettono scivoloni del genere?