“Sulla pelle di chi sta morendo non si fanno affari. Basta”. Caro Direttore, le scrivo dopo avere letto l’articolo di Riccardo Lo Verso.
Ci sono stanze, negli ospedali e nelle case dei siciliani, dove il tempo ha un altro peso. Sono le stanze dove una figlia tiene la mano di sua madre, dove un marito conta i respiri della moglie, dove un medico o un’infermiera restano un minuto in più perché sanno che quel minuto non tornerà.
È lì che arrivano le cure palliative: l’assistenza a chi sta per lasciarci, perché non lo faccia nel dolore e non lo faccia da solo. È proprio da quelle stanze che oggi ci arriva una notizia difficile da sopportare.
Nelle carte dell’inchiesta della Procura di Palermo, le cure palliative compaiono come terreno di presunti scambi di tangenti. Gaetano Armao, ex vicepresidente della Regione e consulente del presidente Schifani, è indagato per corruzione e la Procura ne ha chiesto l’arresto.
Secondo i magistrati avrebbe cercato di ‘neutralizzare‘ un decreto che allargava la platea dei soggetti autorizzati a occuparsi di cure palliative, a vantaggio di due onlus che, in cambio, avrebbero pagato. Armao ha annunciato che dimostrerà l’infondatezza delle accuse. Vale la presunzione di innocenza, e nessuno la mette in discussione: sarà la giustizia a stabilire cosa è accaduto. Ma come medici, e come sindacato, non possiamo restare in silenzio.
Gli investigatori descrivono la sofferenza dei malati oncologici come un business per cui valeva la pena pagare. Anche solo l’ipotesi ci toglie il fiato. Perché noi quei malati li conosciamo. Conosciamo i loro volti, la loro paura, la dignità con cui molti affrontano l’ultimo tratto del cammino. Conosciamo le famiglie che ci chiedono soltanto una cosa: che non soffra.
Sappiamo anche quanto costa tenere in piedi questo servizio. Lo sappiamo dai turni che si allungano, dagli organici che non bastano, dai colleghi che si caricano di dolore che non è il loro.
Sappiamo che ogni euro della sanità pubblica è una carezza, una terapia, un’ora di assistenza a casa. Quando un euro viene distratto, qualcuno, da qualche parte, resta senza cura. Non è una metafora: sono le persone più fragili a pagare il conto, senza che nessuno lo abbia chiesto loro.
Gino Strada, medico prima ancora che fondatore di Emergency, ripeteva che i diritti o sono di tutti o sono privilegi, e metteva tra questi il diritto a essere curati.
Per un malato terminale quel diritto significa poter contare fino all’ultimo su un servizio pubblico serio, trasparente, guidato dall’interesse del paziente e non da quello di terzi. Quando la cura diventa occasione di affari, da diritto si trasforma in privilegio per pochi. Come medici, non possiamo accettarlo.
La Sicilia ha già sopportato troppe inchieste sulla sanità, troppe nomine contestate, troppi sospetti di intrecci tra politica e interessi privati. Ogni volta la stessa sequenza: lo sdegno, le dichiarazioni, poi il silenzio. Intanto i cittadini aspettano mesi per una visita, i giovani professionisti se ne vanno, i pronto soccorso scoppiano.
Una terra bellissima e ferita ha il diritto di non sentirsi tradita proprio là dove è più indifesa.
Per questo chiediamo alla politica regionale atti concreti, senza giri di parole: trasparenza integrale su decreti, accreditamenti e autorizzazioni in materia sanitaria; criteri pubblici e oggettivi per le nomine; una netta separazione tra chi indirizza le scelte politiche e chi ha interessi nei settori che quelle scelte regolano.
E chiediamo che i vertici siano scelti per competenza e integrità, non per appartenenza o vicinanza.
Pepe Mujica, l’ex presidente dell’Uruguay noto per la sua vita sobria, ricordava che quando compriamo qualcosa non la paghiamo con il denaro, ma con il tempo della nostra vita, e che la vita è un bene scarso.
Se c’è un luogo dove questa verità pesa più che altrove, è accanto a un malato terminale, dove il tempo è tutto ciò che resta. Una società che si arricchisce su quel tempo ha smarrito il senso di ciò che davvero conta.
Una politica degna di questo nome deve invece proteggerlo, quel tempo, e custodirlo con ogni risorsa. Ai siciliani onesti, che sono la grande maggioranza, diciamo che non devono vergognarsi di questa terra.
Devono però pretendere, insieme a noi, che questa terra trovi un sussulto di dignità e costruisca una classe dirigente pulita, trasparente, competente.
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Perché nessun malato terminale venga mai più trasformato in una voce di guadagno, nemmeno nell’immaginazione di chi governa. E perché in quelle stanze, dove il tempo pesa più che altrove, restino soltanto la cura e l’amore.
L’autore è un medico, già commissario Covid a Palermo, attualmente responsabile della Sanità per la Cgil in Sicilia




