“Se denunci ti scippo la testa” | “Barbari” e “schiavitù” a Ballarò

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23 Maggio 2016, 17:49

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PALERMO – C’è una fetta di città dove vige il terrore. Dove la sopraffazione e la violenza regolano la quotidianità. La “laboriosa” comunità del Bangladesh ha subito in silenzio estorsioni, minacce, violenze fisiche e rapine. Poi, alcuni extracomunitari hanno reagito.

I pubblici ministeri parlano addirittura di “neo schiavitù”. Sono un pugno nello stomaco le parole del decreto di fermo che ha raggiunto dieci persone, tutte residenti a Ballarò. Le indagini della Squadra mobile fotografano una fetta di città anni luce lontana dalla tolleranza. “Non si è distanti molto da un modo di concepire la convivenza sociale più proprio di barbari ed incivilizzati – scrivono i magistrati – piuttosto che di un numero di persone abitanti un una città europea ed in un centro storico tra i più importanti e vasti d’Italia”.

Nel lungo tratto di via Maqueda, compresa tra i Quattro Canti e piazza Giulio Cesare sarebbe stato attuato un “animalesco e primordiale predominio territoriale volto a soggiogare la comunità di extracomunitari”. Le stradine di Ballarò sono controllate con delle vedette che segnalano ogni movimento sospetto. A cominciare dall’arrivo delle forze dell’ordine.

Ad inizio aprile Emanuele Rubino, 27 anni, ha sparato un colpito un colpo di pistola alla testa di uno studente ventunenne del Gambia, Yusupha Susso, rimasto vivo per miracolo. Rubino è stato filmato che camminava in via Maqueda con una pistola in pugno. Secondo il procuratore aggiunto Leonardo Agueci e i sostituti Sergio Demontis e Maurizio Agnello, si sarebbe trattato di un gesto dimostrativo per tutti coloro che osavano ribellarsi allo strapotere della squadretta che avrebbe dettato legge con metodi mafiosi. La paura ha tappato la bocca delle vittime. Come dare torto ad ambulanti e piccoli commercianti di generi alimentari, vittime di soprusi in terra straniera.. Quando i poliziotti della Mobile, guidati dal capo Rodolfo Ruperti, hanno ammanettato Rubino hanno capito che era giunto il momento di dire basta. E lo hanno fatto, grazie anche all’appoggio dell’associazione Addiopizzo.

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I loro racconti sono drammatici. “Vedi che mi conoscono molti tuoi paesani, mi chiamano il lupo, quello che hai fatto non si fa qua – diceva Giuseppe Rubino -, mio fratello gli è andata male ed è finito in carcere, ora ci sono io qua nel quartiere, intanto apri il negozio e dopo che il negozio è aperto parliamo di soldi”. Giuseppe Rubino avrebbe perso il posto del fratello Emanuele, in cella per il tentato omicidio: “Mi devi dare 50 euro a settimana per continuare a lavorare. altrimenti ti mando all’ospedale, qua comando io, ora parlo con mio fratello Emanuele e vediamo cosa dobbiamo fare”.

“Questi me li dai per i carcerati e se fai denuncia ti ammazzo”, avrebbe detto un altro degli indagati, razziando i soldi trovati nella cassa di una bottega. Altre volte gli extracomunitari venivano bloccati sull’uscio di casa, minacciati con la pistola e costretti a consegnare l’incasso della giornata. I piccoli commercianti del Bangladesh dovevano stare al loro posto. E così, quando, alcuni di loro parteciparono alla marcia di solidarietà nei confronti di Yusupa, furono avvicinati: “Stai attento che ti mando all’ospedale a te e a tuo cugino perché siete andati alla manifestazione”.

Un’altra volta la ritorsione scattò nei confronti di tre tunisini, “colpevoli” di avere impedito con la loro presenza che venisse realizzato uno scippo ai danni di un turista cinese. Li seguirono fino a casa e li picchiarono a colpi di bastone. Erano in quindici.

 

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23 Maggio 2016, 17:49

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