Cavallotti, bocciate le nuove prove| Le aziende restano confiscate

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10 Maggio 2019, 17:38

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PALERMO – La richiesta di revoca è stata respinta. Le imprese e i beni dei fratelli Cavallotti restano confiscati. La decisione della sezione Misure di prevenzione (presidente Luigi Petrucci, giudici Ettorina Contino e Giovanni Francolini) è stata contestuale – ma si è saputa solo adesso – a quella con cui sono state dissequestrate nei giorni scorsi le aziende dei figli e dei nipoti di Vincenzo, Salvatore Vito e Gaetano Cavallotti.

I Cavallotti in passato sono stati assolti dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, ma sottoposti a misure patrimoniali e personali perché ritenuti “socialmente pericolosi”. Tra le imprese confiscate con sentenza definitiva ci sono la Comest e la Imet, citate nella corrispondenza di Bernardo Provenzano per il pagamento del pizzo sui lavori di metanizzazione nei comuni di Agira e Centuripe. In un altro pizzino era Giovanni Brusca a scrivere a Provenzano per affrontare il tema della messa a posto dell’impresa dei Cavallotti che stava realizzando la metanizzazione a Monreale. Finite sotto sequestro la Imet e la Comest, i fratelli, secondo l’accusa, avrebbero dirottato i loro interessi sulle aziende intestate fittiziamente ai figli. Sono le aziende restituite dopo otto anni. Per loro le prove non hanno retto.

I fratelli Cavallotti avevano presentato un’istanza di revoca della confisca ormai definitiva, presentando delle nuove prove (la novità probatoria è una delle rare condizioni per riaprire un giudizio già chiuso). Cinque i punti sollevati dalle difese.

Primo: l’appalto di Centuripe e Agira non rientrava fra quelli controllati dalla mafia attraverso il cosiddetto “patto del tavolino”. Guido Catalano, allora presidente della Commissione di gara, disse di non avere ricevuto alcuna pressione. Secondo il Tribunale, non si tratta di una prova nuova visto che è stata “ampiamente vagliata” nel processo definitivo di confisca. In ogni caso “la condotta di turbativa d’asta” si sarebbe potuta realizzare a prescindere dal coinvolgimento del presidente della Commissione. Per il reato di turbativa d’asta i Cavallotti non sono stati assolti, ma il reato dichiarato prescritto.

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Secondo: Giovanni Brusca nel 2000 disse che i Cavallotti potevano seguire una strada autonoma per ottenere i lavori a Monreale. Dunque non vi sarebbe stato alcun intervento di Bernardo Provenzano. Anche questa circostanza è stata valutata precedentemente e i giudici hanno ritenuto che “le messa a posto precede l’aggiudicazione dell’appalto”.

Terzo: sempre Brusca nel 1998 spiegò che quando Provenzano, nei pizzini girati a Luigi Ilardo e consegnati al colonnello Michele Riccio, parlava di “raccomandare” i Cavallotti intendeva dire che bisognava evitare che subissero danno una volta pagato il pizzo. Dunque non c’era alcun riferimento all’aggiudicazione della gara. Ancora una volta, secondo il collegio, si tratta di elementi già valutati “come elemento sintomatico dell’appartenenza dei Cavallotti al sodalizio mafioso”. Senza la raccomandazione di Provenzano le imprese sarebbero state “alla mercé delle richieste di tutte le famiglie ed assoggettati a furti ed azione criminose di ogni genere”.

Quarto: i pizzini Ilardo-Provenznao non sono stati datati, dunque non ci sarebbe alcuna prova che fossero precedenti alla gara che i Cavallotti si sarebbero aggiudicati con l’appoggio del padrino corleonese. Il collegio ritiene che non ci siano solo gli appunti ma anche le dichiarazioni di numerosi collaboratori “tutte convergenti nell’indicare i Cavallotti come impresa vicina al gotha mafioso dalla cui vicinanza traevano fonte di enorme vantaggio”.

Quinto: i dipendenti delle aziende hanno negato di avere ricevuto soldi in in nero, smentendo i periti. È vero, sottolinea il collegio, ma nessuno ha fornito “una spiegazione alternativa a smentire” la consulenza. A ciò si aggiunge che la misura patrimoniale “è stata disposta sulla base del duplice requisito della sproporzione tra risorse lecite e valore dei beni sequestrati e della provenienza degli stessi da attività illecita, in quanto acquistati grazie agli utili dell’impresa mafiosa esercitata a partire dalla seconda metà degli anni ’80”. La partita non è chiusa, pronto un nuovo ricorso. 

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10 Maggio 2019, 17:38

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