Centro sportivo, occasione persa |Il Palermo non trova nuovi ricavi

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29 Maggio 2015, 08:30

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PALERMO – Un progetto da oltre tredici milioni, il 30% dei quali tirati fuori dalle casse del Palermo, destinato a non vedere la luce. Dagli annunci festanti del mese di aprile alla desolazione di fine maggio: poco più di un mese nel quale si sono susseguite voci e rassicurazioni, poche certezze e tanti punti interrogativi. Che i tempi per avere il definitivo via libera alla costruzione del centro sportivo a Carini fossero stretti lo si sapeva sin da subito, ma un finale così suona come una beffa per il club di viale del Fante. Perché la spesa, per quanto ingente, poteva assicurare alla società un futuro diverso. Non a persone singole, non a presidenti o imprenditori: ad un club alla continua ricerca di modi per aumentare i propri ricavi e diminuire le proprie spese, in modo da rilanciarsi in tempi brevi.

Il piano di efficientamento della gestione economica passa anche da un impianto come il centro sportivo. Da oltre un anno il Palermo sta perseguendo una politica volta a riequilibrare le proprie finanze, che va ben oltre la semplice rimodulazione dei contratti dei giocatori. Progetti di impianti di proprietà, apertura verso nuovi soci, nuovi negozi e una maggiore attenzione verso il merchandising, un settore sul quale tutto il calcio italiano ottiene risultati impossibili da paragonare a quelli di altre nazioni. E quello che sulla carta era solo un centro sportivo, era in realtà ben altro: punti vendita, spazi commerciali e aree di ristorazione, oltre ai campi da gioco, che non saranno più realizzati.

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Non c’era in ballo solo il risparmio sui terreni da gioco, dunque. In progetto c’erano altre fonti di ricavo per una società bisognosa di aumentare i propri guadagni, c’era una mano importante data dall’Istituto per il Credito Sportivo, che si sarebbe accollato il 70% dell’investimento totale, c’era il prestigio di potersi dotare di un impianto di proprietà, dopo anni di inseguimento vano. Il fatturato del Palermo continua a sorreggersi sulle plusvalenze e sui diritti televisivi, tant’è che è bastato un anno in Serie B a far scendere l’intero valore della produzione sotto i 52 milioni di euro, con tanto di “paracadute” annesso. Ancora peggiore la situazione relativa al fatturato operativo, ovvero quanto ricavato senza considerare le plusvalenze da calciomercato. Tra un botteghino che langue, sponsorizzazioni mancanti e un merchandising in via di sviluppo, per il Palermo questo centro sportivo sarebbe stato manna dal cielo.

In ultima analisi, un asset di proprietà sarebbe stato un biglietto da visita non indifferente per futuri investitori. Chi vuol mettere soldi su una squadra di calcio, oggi, vuole avere certezze che non possono trovarsi nei risultati o negli sponsor. Sono gli impianti di proprietà a garantire certezze e ad assicurare un patrimonio di sicurezza per le società. Come può rischiare un Alfredo Achar, un Ahmed Zubeidi o chiunque altro sia stato accostato a Zamparini e al Palermo, di mettere soldi di tasca propria in una società che se fallisce una stagione è costretta ad annaspare senza i soldi delle televisioni? O che per sopravvivere deve mettere a repentaglio la propria competitività cedendo due giocatori ogni estate? Che il campionato italiano sia il più “teledipendente” d’Europa lo dimostrano i numeri (il 59% dei ricavi delle squadre italiane provengono dalle tv, contro il 39% della media europea), ma quando qualcuno prova a cambiare verso, ecco che arriva una porta in faccia. Intanto il centro sportivo non si farà, e chi ci perde più di ogni altro è il Palermo.

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29 Maggio 2015, 08:30

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