Cosa nostra si riorganizza |Quartieri militari e potere

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04 Aprile 2018, 05:01

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CATANIA – Risponde colpo su colpo. Anche se non è più la mafia catanese che conoscevamo. Gli uomini d’onore sono in carcere e fuori sono rimaste le ultime linee. Ma basta a volte un legame di parentela con un boss o essere stato l’uomo di fiducia del capo di turno a permettere di fare scalate criminali. È stato un periodo di caos, con un blitz dopo l’altro. L’ultimo è Chaos che ha scacciato il braccio operativo delle estorsioni dei Santapaola. E non solo, perché con il secondo capitolo dell’inchiesta è stata azzerata anche la capacità di infiltrazione negli appalti attraverso teste di legno che erano a libro paga del “boss”. In questo caso di Antonio Tomaselli, delfino degli Ercolano. Negli ultimi anni la mano imprenditoriale della famiglia di Cosa nostra catanese. Gli Ercolano sono riusciti – lo raccontano i processi e le inchieste – a mettere le mani su molti settori dell’economia legale. E le mani erano arrivate fino alla zona industriale catanese, cuore pulsante dello sviluppo industriale ed economico di Catania. Su questo filone potrebbero esserci nuove sorprese, perché gli investigatori continuano ad indagare sui loschi intrecci tra tessuto imprenditoriale catanese e mafia. Nulla di nuovo in verità, cosa nostra catanese si è sempre distinta per questo aspetto “grigio”. Dove non fa scandalo che colletti bianchi e boss possano andare a braccetto.

Ma per avere forza finanziaria ed economica serve autorevolezza militare sul territorio. E quindi sui quartieri. Un controllo che avviene attraverso le piazze di spaccio e non più con l’imposizione del pizzo. Le inchieste Carthago sono la fotografia di questo spaccato criminale: San Cristoforo, San Giovanni Galermo, Librino. Andrea Nizza prima, Angelo Marcello Magrì e Rosario Lombardo, dopo. La forza di intimidazione serve. Fare presidio, così si dice in gergo, nel quartiere è ancora necessario ai clan. Perché pronunciare il nome Santapaola o Ercolano deve ancora far tremare. Il timore è la linfa della mafia, che si rigenera dopo ogni retata.

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Ad ogni azione giudiziaria segue una reazione mafiosa. Silenzio, profilo basso e poi la riorganizzazione. Le file si sarebbero ricompattate e le famiglie si sarebbero riunite per riempire i posti lasciati vacanti dalle operazioni della Dda. Un copione che si ripete dopo ogni blitz. Ed ogni quartiere e gruppo potrebbe già avere il proprio referente. La mappa che viene ricostruita nell’inchiesta Chaos potrebbe essere un punto di partenza: A San Giovanni Galermo il responsabile sarebbe stato fino a pochi mesi fa Luca Marino. Lo storico gruppo della Stazione – storico fortino degli Ercolano – sarebbe stato invece sotto le redini di Alfio Davide Coco. In questi ultimi giorni si è puntato il mirino della giustizia al Villaggio Sant’Agata, con l’inchiesta della Squadra Mobile di Enna che indica come referente del quartiere, un ex esponente dei Cursoti, Angelo Tomaselli.

Ma non dimentichiamo il gruppo di Picanello. Pochi giorni fa a Chieti hanno arrestato Vincenzo Dato, che si era dato alla macchia. “Pirigno” secondo il processo Fiori Bianchi aveva rivestito un ruolo di soldato nell’organizzazione criminale che aveva all’epoca come referente Lorenzo Pavone, poi finito in manette nel blitz. Al suo posto sarebbe stato incoronato boss di Picanello Giovanni Comis, che nel 2013 torna libero. Ma alcuni mesi fa è scattata l’operazione Orfeo che ha portato Comis direttamente in galera. Ed anche qui la “famiglia” sta cercando o, forse, ha già trovato un nuovo vertice.

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04 Aprile 2018, 05:01

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