Cronaca

Dati Covid falsi, ammissioni, caos: “Quadro indiziario grave”

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18 Aprile 2021, 19:22

6 min di lettura

PALERMO – Dalla nuova ordinanza del giudice per le indagini preliminari di Palermo nell’inchiesta sui dati Covid vengono fuori dei punti fermi. Pur tenendo conto che si tratta appunto di una fase preliminare il giudice parla di “gravità del quadro indiziario”.

Cosa resta in piedi e cosa cade

Per mesi alla Regione siciliana ha regnato il caos. Si spera che adesso vada meglio. I dati trasmessi non sarebbero stati veritieri. Quelli sui decessi “spalmati” non configurano, però, il reato di falso ideologico poiché finiscono nel bollettino giornaliero che serve per informare i cittadini, ma non ha valore di atto pubblico. Insomma il dato dei decessi non incide sulle scelte dei governi, nazionale e regionale, per contenere la pandemia.

Diverso è il dato dei tamponi processati, dei nuovi positivi al virus e dei ricoveri che vengono caricati sulla piattaforma digitale dell’Istituto superiore di Sanità. Sono i cosiddetti “dati aggregati” su cui si basano le ordinanza del presidente del Consiglio dei ministri e quelle del presidente della Regione. Questi sì incidono sul contrasto alla pandemia e di conseguenza sulla vita dei cittadini.

Secondo il gip Cristina Lo Bue, i dati sono stati caricati in maniera errata. Il numero dei tamponi sarebbe stato aumentato per fare abbassare il tasso di positività. Sui ricoveri, invece, i dati hanno mostrato errori sia al rialzo e al ribasso.

Tutti gli indagati

La dirigente Maria Letizia Di liberti, il nipote Salvatore Cusimano (dipendente dell’assessorato all’Industria e distaccato al Dipartimento regionale Attività sanitarie e Osservatorio epidemiologico guidato dalla zia) ed Emilio Madonia hanno lasciato i domiciliari. Da oggi i primi due sono stati sospesi per un anno dal lavoro. Per il terzo niente misura cautelare visto che lavora per una società esterna e non è un dipendente pubblico.

Nell’inchiesta trasferita a Palermo restano indagati anche l’assessore regionale alla Sanità Ruggero Razza (che si è subito dimesso dopo avere ricevuto l’avviso di garanzia), il suo capo di gabinetto Ferdinando Croce e Mario Palermo, il dirigente che aveva le credenziali per caricare i dati.

Sospensione per 12 mesi

Il giudice per le indagini preliminari di Palermo ha deciso una misura meno afflittiva rispetto a quella adottata dal collega di Trapani da cui ha ricevuto il fascicolo per competenza territoriale. C’è il rischio di inquinamento probatorio, ma non quello di reiterazione di reato: “Il possibile coinvolgimento nella presente indagine di numerosi altri soggetti” rende “concreto e attuale il rischio di condizionamento da parte degli indagati di possibili fonti dichiarative e di alterazioni delle fonti di tipo documentale”.

“Disvalore penale”

Allo stesso tempo, però, “in considerazione dei rilievi difensivi e dell’atteggiamento mostrato nel corso dell’interrogatorio di garanzia in cui gli indagati hanno manifestato di aver compreso il disvalore penale dei fatti commessi non si ravvisano elementi concreti per ritenere sussistente il pericolo di reiterazione dei reati”.

È stato il procuratore aggiunto Sergio Demontis a chiedere le misure interdittive, riformulando i capi di incolpazione provvisoria: sono la metà – una trentina – rispetto a quelli contestati a Trapani. Sono state, infatti, eliminate tutte le ipotesi di falsificazione dei bollettini giornalieri sia quelli sui decessi.

Una scelta presa dopo avere affidato una consulenza a due componenti della cabina di regia nazionale sul Covid e dopo avere sentito, tra gli altri, due funzionari dell’Istituto superiore di Sanità, il dirigente generale dell’assessorato regionale Mario La Rocca, il referente per la Regione Siciliana del Sistema di sorveglianza integrata Covid dell’istituto superiore di Sanità Salvatore Scondotto. Scondotto, in particolare, è stato decisivo per capire che anche sui dati aggregati si basa il suo report da cui dipendono le scelte dei governi nazionale e regionale. Nel periodo dell’inchiesta l’allora premier Giuseppe Conte e il governatore Nello Musumeci, secondo il gip, hanno adottato ordinanze su dati non veritieri.

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Scondotto, sentito dai pm, ha detto: “Io davo per reali questi dati, dando per scontato che venissero immessi in maniera veritiera dai miei colleghi… I Google Form nella parte in cui contenevano i dati sui tamponi facevano fede per il calcolo dell’indicatore 2.1 da parte della Cabina di Regia”.

Caos gestionale

Il caos gestionale era noto a tutti. Per primi agli indagati Cusimano e Madonia che “hanno sottolineato il carattere particolarmente caotico delle fonti di prelevamento dei dati che in modo alluvionale venivano loro trasmessi da diversi laboratori di analisi presenti sul territorio siciliano attraverso diversi indirizzi email. Soltanto successivamente si è proceduto alla creazione di un’unica mail Covid-19”.

E lo ha ammesso la stessa Di Liberti. “L’avvenuta alterazione dei dati aggregati concernenti il numero dei positivi, dei tamponi, dei ricoveri in terapia intensiva in area medica – scrive il giudice – è stata pacificamente ammessa in primo luogo dalla dottoressa Di Liberti”.

Solo che la difesa ne dà una mera valenza statistica, definita riduttiva dal giudice. Così come non convince la tesi difensiva del riallineamento: “Non si trattava di innocue alterazioni dei dati effettuate al fine di rendere reali i dati comunicati, ma di falsificazioni penalmente rilevanti in quanto finivano per incidere sulla genuinità e attendibilità del dato”.

“Scelte non giustificabili”

Non appaiono giustificabili le scelte di quotidiani aggiustamenti dei dati aggregati da parte degli odierni indagati, raccolti ed elaborati con tecniche e modalità rudimentali – scrive il gip – che non consentivano il rispetto del parametro della correttezza e della qualità del dato, finendo per dar luogo a dati infedeli”.

I numeri finivano “per un tempo indeterminato in una zona grigia da cui attingere per effettuare scostamenti al rialzo o al ribasso, finendo per falsare il dato”. Ed ancora: “Analizzando le caratteristiche di tali falsificazioni, dalle intercettazioni è agevole notare che tendenzialmente esse venivano effettuate in modo da far risultare un numero di tamponi superiore rispetto a quello reale, cercando di garantire una proporzione bassa del numero dei positivi in rapporto ai tamponi effettuati”.

“Chi è che fai tamponi a Natale zia?”

E così quando il numero dei tamponi era ritenuto basso Di Liberti indicava di aggiungere anche quelli rapidi: “Particolarmente allarmante è lo stralcio della conversazione in cui Cusimano, dopo avere recepito le indicazioni della zia le diceva ‘ma non è veritiero, chi è che fai tamponi a Natale zia?”. Non voleva inserire un numero maggiori di tamponi processati.

“Anche i dati relativi alle terapia intensiva e ricoveri in area medica venivano consapevolmente modificati ma, in relazione alle caratteristiche di tale falsificazione – scrive il giudice – non è possibile evidenziare una precisa direzione della falsificazione, venendo indifferentemente alterati al rialzo o al ribasso. Dal contenuto nelle intercettazioni e dalle stesse dichiarazioni degli indagati è emersa la chiara consapevolezza della falsificazione e ciò basta a ritenere sussistenti i gravi indizi di colpevolezza del falsi loro contestati”.

Approfondire il movente politico

Il giudice di Trapani si era spinto a vedere nella falsificazione una scelta strategica per ottenere, dimostrando di contenere il contagio, un ritorno politico ed economico, evitando misure più restrittive. Sul punto il Gip Lo Bue scrive che: “A prescindere dalla reale finalizzazione della continua falsificazioni dei dati aggregati rispetto al raggiungimento di specifici obiettivi di carattere politico o economico che, allo stato emerge in nuce e che merita senz’altro un doveroso approfondimento investigativo, gli atti di indagine svelano uno scenario desolante con assoluta superficialità e con approssimazione nel mantenere gli standard di professionalità richiesti per l’elaborazione dei dati corretti”.

Dunque il movente politico non viene escluso, ma va approfondito. E viene citata la vicenda di Messina dove si cercò di bilanciare le uscite mediatiche del sindaco Cateno De Luca, il quale allarmato chiedeva la chiusura totale.

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18 Aprile 2021, 19:22

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