Crocetta, l’era dello sceriffo: | “Li ammanetterei io…”

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18 Febbraio 2013, 13:08

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“A volte mi spiace di non potere eseguire io gli arresti”. Lo ha detto – riferiscono le cronache – il presidente della Regione, Rosario Crocetta, parlando a Siracusa. E tra i presenti è corso un percettibile e comprensibile fremito di preoccupazione. Si può essere innocenti e temere lo stesso lo scatto dei ferri come un incidente della giustizia, un caso, il morbillo. Scriveva Sciascia: “Che senso ha dire: innocente ed è finito sotto una macchina?”. A prescindere dal maestro di Racalmuto, la frase del governatore incuriosisce e stuzzica, secondo il registro del costume e della psicologia di massa. Rosario Crocetta vorrebbe mettere le manette ai malfattori. Sogno da bambino che si è tramandato nell’età adulta. Chi non si è travestito da sceriffo intorno ai cinque anni, vagheggiando sparatorie, accompagnate dal “pum pum” delle pistole col tappo rosso? Chi non ha sperato di bloccare il cattivo di turno? Anche i politici di allora, in quei carnevali ormai trascorsi, erano perfettamente riconoscibili. Simpatizzavano per Lupin III.

Resta da indagare sulle ragioni che hanno preso per mano e condotto questa pulsione primitiva della stella di latta dal Martedì Grasso dei cinque anni alla politica dei giorni nostri. Dal punto di vista del presidente, francamente l’analisi è difficile. Lo conosciamo come lo conoscono tutti, per le varie battaglie antimafia che ha condotto e che gli sono costate una vita nascosta. Però qui non c’è soltanto un’aspirazione generale e meritoria alla giustizia. C’è il gesto fisico dell’arresto. Sappiamo troppo poco per svelarne il contesto personale.

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Ma perché Crocetta è così brutalmente esplicito (e c’entra la comunicazione)? Forse, perché sa che l’uditorio è sensibile al tema. La folla non si limita a invocare la speranza di legalità. Desidera la vista del reietto in catene. Se da un lato, il sottofondo potrebbe lasciare intendere una accentuata necessità di pulizia, dall’altro siamo perplessi. I ferri ai polsi, le celle, il patibolo, la ghigliottina sono gli accessori con cui oggi si esercita un indiscriminato prurito di esecuzioni sommarie. Il limpido bisogno di una società più equa non si traduce nei simboli appropriati: i codici, i tribunali, le toghe. Latita una domanda profonda e critica sui nostri comportamenti. Rosario Crocetta ha dato alla gente ciò che la gente voleva sentire. Il verso metallico degli schiavettoni.

Il timore è che questa rivoluzione siculo-italiana possa finire come quell’altra, a cavallo di Tangentopoli. Un grande lavacro pubblico di sangue che nulla cambia e che serve solo al passaggio da un regime vecchio a una forma di potere nuova. Si sa che la folla non bada tanto alle sottigliezze. Il tintinnio delle manette è un ottimo surrogato per far dimenticare il brontolio di contrappunto degli stomaci vuoti.

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18 Febbraio 2013, 13:08

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