Cucinando accanto a Vincenzo

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30 Ottobre 2011, 18:39

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(R.P.) Alla Trattoria “Ai Normanni” di piazza della Vittoria si è celebrata una prova di altissima arte culinaria. Due genitori splendidi che hanno perduto un figlio meraviglioso sono riusciti a prendere una fetta di dolore crudo per cucinarla e trasformarla in amore. Pippo Manzella, chef, baffi simpatici, sorriso aperto, occhio acceso da uomo che è riuscito a coronare il suo sogno. Lidia Ferrara, moglie di Pippo, una donna coraggiosa, con un valore talmente radicato dentro, un albero di cui si intravedono minutissime foglie verdi. Vincenzo, figlio di Pippo e Lidia, è morto cinque anni fa. Era uno chef e un campione di kick boxing. Ma per sapere chi era davvero Vincenzo, devi guardare le foto disseminate con sommessa devozione nel ristorante di mamma e papà.

E ti colpisce nell’impatto con gli scatti di un ragazzo scomparso a ventinove anni l’alba mai stanca che ancora lo sguardo rivela, a dispetto del tramonto. Leggerezza, capacità di navigare sul filo dell’onda. Profondità, dote di immersioni rapide a caccia di una perla di bellezza, senza dimenticare quanto sia più luccicante, alle volte, il guscio dell’ostrica.

Pippo e Lidia perpetuano un memorial gastronomico per Vincenzo, “Il cappello al posto giusto”. C’è una giuria che valuta i piatti e assegna i premi. In una mattina di domenica, c’erano ragazzi e ragazze – cuochi non professionali e però validissimi – alla batteria dei fornelli. C’era Giovanni Caramazza del Coni che regge puntualmente i lembi del discorso grazie alla sua sensibilità e all’attenzione di Massimo Costa. E c’erano Lidia e Giuseppe, circondati dalla brace dell’affetto per il gusto della semplicità che tramandano in tutti i gesti, in tutte le parole.

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Chiacchierate a tavola, tra un piatto di linguine allo zenzero e uno di riso basmati. “Non è stato facile – spiega un cortese commensale -. Pippo e Lidia sono stati bravi a ricominciare. Vincenzo viveva in cucina. Era il suo regno. Era un ragazzo innamorato dell’esistenza”. Ed è un mistero inguaribile. Non si comprende come mai a morire siano sempre gli innamorati dei giorni. Mentre altri conducono un fortunato percorso di anni e salute, sputacchiando sulla loro clamorosa ventura. Si ricordano pure due amiche che non ci sono più.

Ma non c’è un velo di tristezza palese nella cucina della memoria. La avverti. La sfiori nei lineamenti di una madre. Ti pare di coglierla nell’espressione di un padre che si sfrangia un attimo e cede alla tentazione di una lacrima, annunciata dal rossore delle guance, prima di tornare al sorriso. Il segreto è palese. Il figlio non è mai scomparso davvero. Non c’è il suo corpo. Non è più disponibile, nel frammento presente, lo sguardo che guizza dalla parete e – da una foto – trasmette nostalgia. Eppure Vincenzo lo respiri e lo assaggi nella forza dei suoi genitori che hanno realizzato il prodigio: cambiare sapore al lutto con un colpo maestro da chef. Noi, che abbiamo assistito al miracolo – proprio mentre albeggiava tra una portata di gamberomare e vellutata di ceci – con riconoscente affetto, li ringraziamo. Non scorderemo più questo morso croccante di amore.

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30 Ottobre 2011, 18:39

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