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Libero accesso in carcere VIDEO| Tutti i boss incontrati da Nicosia

Il difensore dei diritti dei detenuti si dava un gran da fare per aiutare gli uomini di Cosa nostra

L'INCHIESTA
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PALERMO – Una lista di detenuti. Tutti mafiosi, con un passato di quelli che contano nell’organizzazione criminale. Antonello Nicosia li ha incontrati in carcere. Per altri la visita era già in programma. O forse è già avvenuta e serve un’ulteriore ricognizione per scoprirlo.

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Nicosia da ieri si trova in cella perché accusato di avere fatto parte della famiglia mafiosa di Sciacca. Difensore dei diritti dei detenuti, direttore di un Osservatorio nazionale sulla condizione carceraria, ex assistente parlamentare, componente del comitato nazionale dei Radicali: Nicosia si dava un gran da fare. Secondo la Direzione distrettuale antimafia di Palermo, in realtà, si era cucito addosso tutti questi ruoli per schermare il vero motivo delle sue visite ai detenuti: difendere gli interessi di Cosa nostra, di cui farebbe parte.

Il primo incontro è dell’ottobre 2017, all’inizio delle attività investigative dei carabinieri del Ros e dei finanzieri del Gico del Nucleo di polizia economico-finanziariaInsieme con un avvocato di Sciacca era stato nella casa circondariale di Agrigento per fare visita a Domenico Marrella, condannato per avere guidato la famiglia mafiosa di Montallegro. “Una persona giusta”, diceva di lui Nicosia, dimostrando di conoscerlo da tempo.

Nel gennaio 2018 finiva in carcere Domenico Maniscalco, soprannominato “Mario Merola”, processato per mafia e assolto lo scorso luglio. Nicosia suggeriva al figlio del detenuto come comportarsi durante i colloqui in carcere: “… martedì vai lì, mercoledì, vedi di capire anche tuo padre che impressione ha avuto, tu vai all’orecchio e glielo dici quello che sei… all’orecchio: attenzione, ci sono le microspie sotto i tavolini, registrano tutte cose, cioè non parlate di cose delicate, cose delicate all’orecchio…”

L’arresto di Maniscalco preoccupava parecchio sia Nicosia che Accursio Dimino, boss di Sciacca pure lui in carcere da ieri. Si era sparsa la voce che “Mario Merola” si fosse pentito. “Minchia cunsumati semu”, diceva Nicosia che avrebbe cercato di verificare in prima persona lo spiacevole chiacchiericcio. E così era andato nel carcere di Trapani. Nel marzo scorso spiegava a Dimino di avere parlato con Simone Mangiaracina, braccio destro del capo mafia di Mazara del Vallo, Leonardo Bonafede. Nicosia: “… io poi ho chiesto là, c’era un certo Mangiaracina, u zu Simuni quello di Campobello… come si comportava? Mi ha detto bonu … bonu … ah, certo. Buono per lui se si comportava bene… ma io in galera gli ho chiesto come si comportava non fuori”.

Il caso Maniscalco è stato al centro di una conversazione con l’onorevole Giuseppina Occhionero, di cui Nicosia è stato assistente parlamentare: “… non l’hai visto ieri il signor Mangiaracina a Trapani?… quel signore di ottantadue anni, che abbiamo segnato… boss di Campobello di Mazara…”. Nicosia sapeva di aver corso un rischio parlando al telefono e così pochi giorni dopo intimava alla donna di evitare di citare, durante le loro conversazioni telefoniche, i nomi dei mafiosi: “… non è che al telefono mi chiedi queste cose… neanche per scherzo… perché vedi che andiamo veramente a finire al Pagliarelli… stavolta ci portano lì…”.

Quando Maniscalco è tornato in libertà Nicosia lo ha avvisato, siamo nel maggio scorso, della possibilità di avere libero accesso alle strutture penitenziarie grazie al rapporto di collaborazione con il deputato. Nicosia si era fatto avanti per incontrare il boss Salvatore Di Gangi detenuto a Parma. Voleva essere autorizzato dal boss a compire un’estorsione: “… io lo vado a trovare… io lo vado a trovare a quello io… con la deputata… ho l’incarico alla camera io ora… vado là a Parma e lo vado a trovare… lo vado a trovare… gli dico a posto…”.

Così come stava organizzando la visita a Vito Vincenzo Rallo, condannato in via definitiva perché capo della famiglia mafiosa di Marsala, e a suo nipote Aleandro. Vito Vincenzo Rallo era detenuto a Voghera ma veniva di tanto in tanto trasferito a Trapani per i colloqui con i familiari. Nicosia era certo che si sarebbe potuto appartare in cella con il detenuto: “.. non è come la visita Radicale che siamo abituati a fare, la guardia vicino e chiudiamo la porta, non c’è problema capito… quando ti rompe i coglioni che sentono che … ti devono raccontare delle cose delicate, ci dici, scusi si può allontanare un attimo, quello… se ne va..”.

Sempre a Trapani Nicosia ha incontrato Santo Sacco, ex consigliere provinciale a Trapani ed ex consigliere comunale di Castelvetrano, sindacalista, definitivamente condannato per mafia. Aveva addirittura intrattenuto un rapporto epistolare con il latitante Matteo Messina Denaro. Il perché della sua visita in carcere a Sacco Nicosia lo confidava alla deputata: “Santo Sacco è un bravo ragazzo, che deve legarsi al dito, basta che esce dal carcere. L’unica cosa che deve fare Santo Sacco è cucirsi la bocca … se si cuce la bocca… perché io ancora non lo vedo io… pronto per uscire… vero ti dico…”.

Non era la prima volta che si incontravano e neppure che Nicosia ne parlasse con Occhionero. Era già accaduto a Pagliarelli. Lì nel 2018 lo aveva avvisato: “Sà (Santo, ndr) devi fare il bravo però, se no me ne vado, mi stringeva la mano… basta che non facciamo storie perché qui lo capisci tu vai a finire in sezione, ti trasferiscono ed io non entro più” .. perciò ha capito, siamo rimasti davanti un secondo da soli e gli ho fatto capire come si doveva comportare … ma se poi l’è scordato perché…”.

È il 1 febbraio 2019 che Nicosia, in compagnia dell’onorevole Occhionero, ha incontrato un pezzo da novanta di Cosa Nostra. Si tratta di Filippo Guttadauro, cognato di Messina Denaro, detenuto a Tolmezzo. Lo ha rassicurato. L’assistente parlamentare si stava occupando del suo caso. Nella seduta della Camera dei deputati del 7 marzo 2019, l’onorevole Occhionero ha presentato un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, nella quale ha esposto la criticità strutturale del carcere di Tolmezzo. E non solo, l’onorevole chiedeva “quali iniziative di competenza intenda intraprendere per risolvere i problemi relativi alle carenze dei servizi educativi e psicologici e rendere possibile la fruizione delle licenze degli internati in regime di 41-bis… quali iniziative intenda intraprendere affinché possano svolgersi realmente le attività lavorative all’interno della casa di lavoro di Tolmezzo”. Un’interrogazione cucita addosso al boss Guttadauro e all’insaputa dell’onorevole.


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