Good morning Palermo

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06 Maggio 2012, 09:20

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C’era una musica di pianoforte, l’altra mattina, a Palermo, accanto alla redazione. Scendeva da un balcone indefinito. Sapevo che era in alto, che da qualche parte doveva esserci un pianista sospeso. Me lo sono pure immaginato con due ali di cartone, incollato allo spicchio celeste, al taglio d’azzurro visibile tra due tetti, col pianoforte incorporato alle dita. Poi ho aguzzato l’orecchio. Era l’appartamento del primo balcone. Una di quelle belle case antiche nel centro, con gli affreschi al soffitto. Case grandi, con lunghi corridoi, pieni di vento e di luce. Case che sono la delizia dei bambini che hanno la fortuna di crescerci.

Lo spartito, calato nota a nota, era inframezzato dai consueti versi della rabbia, agganciati dal basso. Le urla del posteggiatore di colore. Un clacson strozzato. L’ira funesta di un automobilista. Lo spinterogeno del motorino truccato. Ma il contrasto lo rendeva più prezioso, perché più difficilmente percettibile e dunque più splendidamente conquistato al termine della lotta. La musica è finita, come accade nelle canzoni e nella realtà. Mi sono portato dentro l’eco. Mi ha sostenuto nel faticoso cammino di una giornata palermitana. Ho affrontato la battaglia quotidiana col signor Beethoven seduto accanto a me tutto il tempo.

Avete mai amato davvero Palermo? L’avete amata nelle sue ore di riposo, quando sonnecchia e non mostra il suo volto più feroce. A me è capitato di coglierla nella tenerezza che chiede senza riceverla mai. Ecco perché la città è crudele. Raddoppia la cattiveria dei cittadini. E la restituisce.

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Palermo si lascia amare in certe notti, nella via lattea di viale Campania. Non c’è nessuno. Ci sei solo tu, di passaggio. E magari decidi di non tornare, di moltiplicare i giri nel palio naturale della strada. E ti accorgi di una siepe di gelsomino, bianca nel buio, come un messaggio di redenzione. Palermo si lascia amare nei primi pomeriggi dell’Olivella, senza calca. Con le sue pietre e le sue finestre. E le sere d’inverno di Mondello non sono da meno, specialmente se piove.

Noi non dobbiamo eleggere soltanto un sindaco. Non servirà a niente l’atto burocratico o partigiano del voto, se prima non ci riconcilieremo con la bellezza che teniamo sotto gli occhi e che disprezziamo per abitudine allo spreco della meraviglia. Capisco che le questioni potranno apparire differenti, se non incommensurabili. Cosa c’entrano gli undici candidati a Palazzo delle Aquile, gli aspiranti al Consiglio, i circoscrizionabili e gli eleggibili con la luce, la siepe di gelsomino e i viaggi dolcissimi e reiterati in viale Campania?

Si può scegliere. Si può pensare in piena legittimità che la faccenda del sindaco sia una questione politica in senso tecnico e andare a votare o decidere di abdicare, in perfetta noncuranza. Si può sentire altrimenti e credere che le elezioni siano un lavacro, un rito iniziale di pacificazione dei palermitani con Palermo. Una cerimonia decisiva di partecipazione. Un rabbocco di speranza.
Se va male stavolta, se non ci riprenderemo ciò che ci appartiene,  i pianoforti cesseranno di suonare per sempre, oppure noi non li ascolteremo più. Viale Campania sarà inghiottita dall’oscurità. I gelsomini appassiranno. Possiamo accettarlo? Good morning, Palermo.

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06 Maggio 2012, 09:20

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