Ho scoperto Borsellino | sulle spalle di papà

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19 Luglio 2012, 07:07

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Il primo ricordo che ho di Paolo Borsellino risale ad un pomeriggio sereno, per strada a Palermo. Ben ancorata alla mano di mia madre. Mio padre, mia zia e mio zio di fianco a noi, a chiedermi se ero stanca, se riuscivo a camminare, se ero confusa. E confusa lo ero, troppe persone intorno, parole urlate in coro che non potevo capire. Occasione troppo ghiotta per una bambina di tre anni di passare un pomeriggio sulle spalle degli adulti: sì, ero anche stanca.

Ed eccomi a cavalcioni sulle spalle di papà ed è lì che lo vedo: un grande lenzuolo bianco, una stampa verde. Un trapezio formato da due persone, un uomo robusto con dei baffi scuri che parla all’orecchio di un uomo più smilzo, gli occhi quasi sorridenti, piegato verso di lui. Una scritta sotto l’immagine.

I bambini si fanno tante domande, ma pongono solo quelle di cui conoscono già le risposte. Non chiesi chi erano quei signori, non chiesi cosa vi fosse scritto in quel lenzuolo, ignara dal fatto che quello che urlavo, quello che sentivo, era più o meno quella scritta verde: “Non l’avete vinta voi, le loro idee camminano con noi”. Un tappeto di persone attorno a noi, persone commosse, persone arrabbiate, persone silenziose e persone rumorose. Riuscivo a capire che qualcuno era morto, qualcuno di importante, qualcuno che conoscevamo!

Nei giorni precedenti la televisione a casa era spesso accesa, le immagini che si susseguivano erano le stesse: macchine divelte, strade sbriciolate. Ricordo parole che sentivo di continuo “Quella strada la facevamo sempre” e non capivo che c’era di strano nel fare la strada per andare nel villino dei nonni a mare, una cosa del tutto naturale. Poi quella frase è stata sostituita da numerosi “È incredibile. È orribile. È allucinante”. Aggettivi poveri e asciutti per descrivere un buco nella storia di Palermo. “Qua in città. Proprio qua in città”, voci a cui si rispondeva con “Lui lo sapeva, lui l’aveva detto”. In televisione c’era un signore grande, gli occhi vuoti, che scuoteva la testa e diceva “È finito tutto”.

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Ma non potevo capire che tutte quelle affermazioni piene di orrore e stupore erano collegate. A tre anni vivi di sensazioni, di scoperte, di colori: ecco perché di Paolo Borsellino ricordo una sagoma verde scuro su un lenzuolo bianco. Ecco perché di Paolo Borsellino ricordo una strada sventrata vista in tv, un sorriso fugace verso la figura di un altro signore di cui si piangeva la sorte. Ecco perché ogni anniversario di quel giorno crudele di luglio, penso a tutto il tempo in cui a casa mia è rimasto appeso un lenzuolo al muro, come se fosse un quadro, una stampa importante. Ed importante lo era, più di tutto.

La mia memoria vera stride con la mia memoria “ereditata”, e a volte non so quanto ricordi veramente o quanto ho trasformato in ricordo. E mi chiedo anche quanti ventenni come me ricordino le fiaccole, i lenzuoli, la sete, le orecchie massacrate, la stanchezza a intermittenza. Mi chiedo in che misura le cose che conosciamo adesso – cosa significa strage, cosa significa mafia, cosa significa trattativa con lo Stato, cosa sia l’agenda rossa, chi sia Caponnetto, chi sia quel signore sempre raffigurato accanto a Paolo – cambino le sensazioni innocenti che avevamo allora. Le cose cambiano, i bambini crescono, le stragi si allontanano eppure si avvicinano, nella sfera della comprensione.

Sarà per questo che oggi mi piace credere che sapessi leggere quel “Non li avete uccisi, le loro idee camminano sulle nostre gambe”. A pensarci bene, io quel pomeriggio non ho affatto camminato. Sono passati vent’anni da allora. Spero che chiunque, oggi, decida di camminare per le strade di Palermo, lo faccia con le gambe pesanti e dei bambini sulle spalle.

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19 Luglio 2012, 07:07

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