Il “caso Catania” in Parlamento |Analisi della relazione dell’Antimafia

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20 Gennaio 2016, 05:02

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CATANIA- Che gente siede in Munincipio? La domanda sarà posta dal M5s alle 15.00 durante il question time con Angelino Alfano,ministro dell’Interno dal quale dipende la nomina del Prefetto che, a sua volta, dovrà valutare se esiste un condizionamento del consiglio comunale guidato dal sindaco Enzo Bianco, con il quale non sono mai stati nascosti i cordiali rapporti istituzionali. A chiedere la testa del sindaco di Catania è stato Beppe Grillo qualche giorno fa, da qualunque lato si guardi la vicenda, la politica rischia di offuscare, per mero tornaconto elettorale, i fatti. Fatti raccolti da una commissione Antimafia regionale che ha semplicemente messo in fila circostanze già affrontate da testate giornalistiche e in alcuni casi anche dalla magistratura verificando, con casellari giudiziari alla mano, le singole posizioni. Abbiamo tentato di verificare gli elementi, accostando, alle accuse alcuni elementi e le repliche. Iniziamo dal centrodestra. Il consigliere Maurizio Mirenda è accusato di aver partecipato, in campagna elettorale, a un incontro a casa del pregiudicato Francesco Balsamo, cognato dello spietato mafioso Orazio Privitera. Balsamo in quel momento era sorvegliato speciale, la sorella Tina Balsamo, moglie di Privitera, è stata arrestata nel 2014 insieme a 25 persone con l’accusa di essere cerniera tra il marito, detenuto al 41bis, e l’esterno. Il consigliere -intervistato da Livesicilia- si difende sostenendo di non aver incontrato Balsamo, ma “di aver organizzato una riunione per spiegare cosa fosse la social card a un’assemblea con donne e bambini”. La relazione contiene però un accostamento errato, frutto di quanto riportano gli atti giudiziari, non è un errore addebitabile alla Commissione. L’ispettore della polizia interrogato nel processo Lombardo dopo aver detto che Balsamo è cognato del boss Orazio Privitera, parla di contatti telefonici tra “Privitera” e Mirenda. A questo si aggiunge che “Privitera” doveva essere “là”. Questo non è possibile perché Orazio Privitera è rinchiuso al 41 bis da quando, nel 2010, è stato catturato nelle campagne del siracusano. Il Privitera citato negli atti è Ernesto Privitera, consigliere di quartiere che è stato imputato e assolto insieme a Raffaele Lombardo. Ernesto Privitera, già consigliere della prima municipalità, avrebbe preteso, in cambio del sostegno elettorale ai Lombardo, l’assuzione del cognato nel settore dei rifiuti, cosa che è avvenuta nella Oikos per tre mesi, ma che non è stata sufficiente a dimostrare il voto di scambio. Il “caso” Pellegrino. Il consigliere berlusconiano chiede giustizia, per questo ha convocato una conferenza stampa con l’avvocato Taormina direttamente in municipio. E’ determinato nel sostenere che il suo successo elettorale dipende dall’impegno nel sociale per il quartiere. “Forse mio fratello avrà votato per me, ma di sicuro non i Mazzei”, ha detto a Livesicilia. Chi è il fratello del consigliere poco più che ventenne Pellegrino? Si chiama Gaetano Pellegrino, è stato intercettato mentre dice alla moglie del boss Nuccio Mazzei, di essere pronto a ammazzarla se solo il marito lo ordinasse. E non sembra scherzare dalla voce (ASCOLTA L’AUDIO). Gaetano Pellegrino è stato arrestato, scarcerato per insussistenza di gravi indizi, ma rinviato a giudizio come elemento di spicco del clan guidato da Nuccio Mazzei, che durante la latitanza si sarebbe avvalso proprio del suo sostegno e di quello di un altro, fidatissimo parente. “Se io vedo una cosa, me la sbrigo io, non te la vengo a raccontare a te… – dice Gaetano Pellegrino a Mazzei – l’importante è che io ti tengo l’ordine. Perché – spiega – domani tu puoi dire: c’eri tu Gaetano, che cosa hai fatto? Ti fai fare queste cose davanti”. Il caso Porto. La Procura ha già archiviato le accuse nei confronti di Alessandro Porto, colonnello dei consiglieri che sostengono Bianco. Avrebbe incontrato lo spietato killer Gaetano D’Aquino che in quel momento, per gli autonomisti della corrente “Cappello”, contrapposta alla corrente “Santapaola”, era fratello del consigliere di quartiere Gianfranco D’Aquino. D’Aquino avrebbe incontrato Porto “allo stadio in occasione della partita Catania Albinoleffe – ha dichiarato D’Aquino – io gli portai una lista delle persone che erano andate a votare”. Porto è stato indagato durante la campagna elettorale, ma che tipo d’indagine ha fatto la Procura? Il consigliere sottolinea di non essere stato mai interrogato dai magistrati e replica sostenendo di non aver mai incontrato D’Aquino. Il caso Leone. Il presidente della municipalità Librino Lorenzo Leone, transitato dal centrodestra al centrosinistra, in quota Pd, è fratello di un condannato definitivamente per mafia. Piccolo particolare notato dall’Antimafia: Leone non ha dichiarato, al momento della candidatura, di avere un fratello pregiudicato. Intervistato da Livesicilia ha sottolineato di aver sottoscritto, al momento della candidatura, un protocollo di legalità, che non prevedeva la comunicazione delle pendenze a carico dei “parenti di secondo grado” come i fratelli. Il caso “Marco”. La consigliera Erika Marco è transitata dal Mpa al Megafono. La sua segreteria politica avrebbe come addetta al pubblico Anna Gulisano, moglie di Rosario Pantellaro. Chi è Rosario Pantellaro? Uno dei vertici della società Multiservizi, la più importante partecipata del Comune di Catania, con centinaia di dipendenti. Gaetano D’Aquino ha parlato di lui come un “personaggio della politica” che aveva famigliari illustri nella malavita. Il fratello di Pantellaro, Giovanni, è condannato definitivamente per omicidio e mafia, sta scontando 30 anni di carcere ai domiciliari ed è pentito. Altro dato è che la moglie di Pantellaro -ricostruisce la commissione Antimafia- oltre a gestire la segreteria elettorale della Marco, sarebbe socia della Icomit, impresa di famiglia che ha ottenuto l’appalto della realizzazione della nuova piazza Galatea. La Marco e Marco Consoli hanno parlato di notizie prive di fondamento sottolineando le capacità di Rosario Pantellaro nel gestire la Multiservizi, amministrata, fino a poco tempo fa, in quota Pd. A chiudere l’elenco c’è il consigliere Francesco Petrina, titolare dell’Etnabar, anche lui passato dal centrodestra al centrosinistra, avrebbe, nel 2008, utilizzato “metodi di scambio denaro-voti”, ma le prove a suo carico non sarebbero sufficienti. LE CONCLUSIONI DELL’ANTIMAFIA. La Commissione regionale Antimafia chiede a quella nazionale di fare un passo in più nell’istruttoria. Di accertare la rilevanza di quei profili, già in alcuni casi analizzati dalla Procura. Alla Procura, nel frattempo è stato sottoposto il quadretto del Consiglio comunale dal quale emerge che nei quartieri in cui molti consiglieri hanno racimolato migliaia di voti, operano le famiglie malavitose di appartenenza dei propri famigliari. E’ un caso? Come funziona il consenso nelle periferie? Una volta saliti, determinati consiglieri, devono rendere conto a qualcuno? INTERVIENE FAVA – Claudio Fava, vicepresidente della Commissione parlamentare Antimafia, ha inoltrato la relazione sul Comune di Catania al Prefetto Federico. Con lettera raccomandata. A chiederne copia, in questo momento, sono il sindaco Enzo Bianco e il presidente del consiglio comunale Francesca Raciti. Fava parla del “silenzio, balbettio” del Comune. “Mi auguro che l’amministrazione faccia sentire presto la propria voce, il silenzio -conclude il parlamentare catanese- è indizio di subalternità”. IL RUOLO DELLA PREFETTURA. Verificare se, attraverso gli atti del consiglio comunale siano stati favoriti gli interessi di malavitosi e famiglie mafiose. Ci sarà l’ora della verità?

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