Se l'Isis rapisce il diavolo... | e chiede pure il riscatto - Live Sicilia

Se l’Isis rapisce il diavolo… | e chiede pure il riscatto

La copertina del libro di Riccardo Arena

“Anche oggi non mi ha sparato nessuno” è il titolo del secondo romanzo di Riccardo Arena, cronista giudiziario e presidente dell'Ordine dei giornalisti siciliani. Una frase che sintetizza la voglia di normalità e al tempo stesso di anormalità di chi ha la ventura di vivere dalle nostre parti e rischia di annoiarsi, in un mondo in cui (ma è solo un sogno) conta unicamente chi è minacciato ma in realtà la mafia, così come la jihad, sembrano storie o mai esistite o di ragazzi che vogliono solo cambiare il mondo.

il libro e l'intervista
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PALERMO – Se gli chiedete di che cosa parla il suo secondo romanzo, risponde che non lo sa: “E sono sincero – dice in maniera un po’ surreale Riccardo Arena, cronista da una vita e presidente dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia –. Di ‘Quello che veramente ami’ potevo dire che era, è, una storia d’amore tra un fascista e una comunista nei clamorosi e plumbei anni ‘70. Di ‘Anche oggi mi ha sparato nessuno’ so dire solo che è una vicenda complicata, ma in fondo semplicissima. È una piccola storia d’Italia degli ultimi vent’anni e dei prossimi cinque, forse dieci. Una storia, appunto, surreale”.

Viene solo questo aggettivo, “surreale”, ad Arena, per definire il suo secondo romanzo, 354 pagine, pubblicato dalla Leima, una piccola grande casa editrice palermitana, e storica legatoria dei libri di Sellerio e di tutta la saga camilleriana del commissario Montalbano. Però, in realtà, “Anche oggi non mi ha sparato nessuno” è molto meno surreale di quanto non voglia far credere il suo autore: a cominciare dal titolo, che sintetizza la voglia di normalità e al tempo stesso di anormalità di chi ha la ventura di vivere dalle nostre parti e rischia di annoiarsi, in un mondo in cui (ma è solo un sogno) conta unicamente chi è minacciato ma in realtà “non muore più un cornuto” e la mafia, così come la jihad, sembrano storie o mai esistite o di ragazzi che vogliono solo cambiare il mondo. Quasi fossero dei novelli figli dei fiori.

È anche un inno ai professionisti dell’emergenza, “Anche oggi”, a quelli che sanno concepire qualsiasi intervento solo se proprio sono costretti, se veramente non hanno alternative che consentano loro di rinviare, rinviare e non decidere mai: e il libro si apre con una Grande Emergenza, una tegola (e che tegola) che cade in testa a tutti, alla gente comune come ai politici, al presidente del Consiglio come al ministro senza nome che rivela i più minuti dettagli delle riunioni del Governo, tenendo una rubrica su un noto settimanale, ai Servizi segreti che verranno “messi in croce” per non avere saputo prevenire e poi per non avere idea di come reagire di fronte ad un evento gravissimo, imprevedibile ma non per questo meno esiziale per l’esistenza dello Stato, fino ai quotidiani di carta, costretti ad inventarsi una rubrica, quella delle “Lettere anonime al direttore”, per cercare di tirare avanti, in un mondo che non legge e non si informa più, ma pretende che tutto sia a posto, sempre. A sua insaputa.

Insomma, pare tutto vero e forse lo è, anche lo sfondo del detenuto speciale Cataldo Orchi, recluso in una cella speciale di un carcere speciale, custode di segreti speciali e depositario di una storia speciale mai scritta del tutto, nel passato, e che si ritroverà al centro di un nuovo, incredibile intrigo mozzafiato, dipanato in un thriller scandito dai ritmi dei tweet e degli hashtag, dei post e dei lanci di agenzia, dei telegiornali e di questa benedetta rubrica delle lettere anonime, in cui un signore scrive missive sgrammaticatissime, un altro si chiede perché nessuno chieda la pena di morte e un altro ancora perché diavolo non gli spari mai nessuno. Una storia in cui scendono in campo anche altri, nuovi, pericolosissimi protagonisti del nostro tempo, terroristi integralisti pronti a lanciare una sfida mortale al “vero” potere forte dell’Isola e forse dell’intero Paese. E toccherà a un ufficiale dei carabinieri a lungo senza nome (si scopre come si chiama solo a storia avanzata) cercare di fermare una macchina infernale innescata da un comportamento feroce dei giorni nostri e da un passato che non passa. Che non passa nemmeno per lui, costretto ad affondare le mani nella melma, a suo tempo, e nuovamente obbligato a scendere in campo dal suo senso dello Stato e delle Istituzioni. Per passare da una sconfitta all’altra.

Riccardo Arena ha 52 anni, fa la giudiziaria al Giornale di Sicilia da 21, collabora con un pugnetto di testate nazionali, sta all’Ordine dei giornalisti da tempo immemore e finora non si è stancato. Per abituarsi a questa lunga, interminabile corsa nella professione e nella vita si è messo a disputare maratone e maratonine e – dice di sé in terza persona, manco fosse Giulio Cesare – “non vorrebbe mai smettere”.

Parliamo del personaggio centrale del romanzo: non è il protagonista ma tutto ruota attorno a lui. Lo chiami Cataldo Orchi, ma ricorda molto da vicino Totò Riina. Mi sbaglio?
“Tu lo dici”.

Sì, ma tu che ne dici?
“Più che ricordarlo gli somiglia. Ma è una somiglianza vaga. È questo Paese, piuttosto, che non viene quasi mai nominato, perché non ce n’è bisogno, dato che somiglia molto, purtroppo, a se stesso. E ritiene quasi normale lasciare spazio, margini di manovra e considerazione a personaggi come questo signor Cataldo Orchi”.

Ad un certo punto parli della mancata perquisizione del covo di Orchi – anche questo riferimento non è casuale – poi segretamente ripulito a dovere, anche dell’archivio del capo. I segreti di Riina non li conosceremo mai. Sperare in un suo pentimento è utopia. Dalle pagine del libro alla realtà il passo è breve. Riina è in carcere da una vita e non ha mostrato segni di cedimento. A questo punto che si fa, mettiamo la pietra della rassegnazione sopra il passato o continuiamo a indagare sui segreti di Cosa nostra, come nella realtà si sta facendo?
“Indagare è – come diceva qualcuno una vita fa – doveroso. Ciò non toglie che il magistrato e lo sbirro debbano indagare su fatti che costituiscano reato e su persone che li abbiano o li avrebbero commessi. Il resto è compito degli storici e, appunto, dei giornalisti e dei romanzieri quale indegnamente sono persino io. Dunque lasciateci lavorare”.

Nel libro racconti il passaggio dall’indifferenza nei confronti della mafia alla rassegnazione, al disinteresse. La mafia, ad un certo punto, sparisce dall’agenda politica. Ci siamo davvero abituati alla mafia a tal punto da dimenticarne l’esistenza e la pericolosità?
“Ci siamo abituati solo a considerare l’aspetto militare, quello che fa paura della mafia e che è anche l’unico che la mafia, perlomeno l’organizzazione siciliana, difficilmente utilizzerà per tornare ad attaccare frontalmente lo Stato. A meno che non intenda suicidarsi, Cosa nostra sa come muoversi e come terrorizzare il ‘suo’ popolo e per ora si accontenta di vivacchiare, aspettando tempi migliori. La politica però non ha capito che questo è il momento migliore, l’occasione irripetibile per cercare di chiudere i conti definitivamente. Ma se ‘non spara nessuno’, si accontenta di vivacchiare pure la politica. Tra un hashtag e l’altro”.

Infatti la politica si risveglia solo di fronte alla Grande Emergenza che segnerà tutto il racconto. “Con la mafia abbiamo pazientato 200 anni. Ora basta”, dice qualcuno in Parlamento. Dalla tua esperienza di cronista giudiziario è davvero andata così?
“Come no. Sono abbastanza vecchio per ricordare i ‘pieni poteri’ al generale Dalla Chiesa, le rassicurazioni date a Giovanni Falcone, poi regolarmente fregato (anche dai suoi colleghi), il decreto legge del dopo-Capaci lasciato quasi decadere e ripescato grazie al sangue versato da Borsellino e dai cinque ragazzi della scorta e alle proteste di piazza di un popolo troppo a lungo addormentato… Ma poi hanno chiuso le carceri speciali, avevano quasi abolito l’ergastolo… devo continuare?”.

Sulla mafia e sull’antimafia si sono costruite carriere. C’è qualche passaggio polemico nel tuo libro.
“Si sono costruite carriere e si sono smontate carriere. Il mio protagonista appartiene a questa seconda categoria. Bruciato dal passato che non passa, per salvarsi è andato a lavorare la terra. Ma di fronte alla Grande Emergenza…”.

La moglie di Cataldo Orchi nel libro si preoccupa dei “giornalisti avvoltoi”. E poi l’intera trama è disseminata da cronisti non ammessi a fare domande (anche perché “difficilmente ne farebbero una sensata”), da giornali che si inseguono su fesserie, da questa anomala rubrica delle lettere anonime al direttore. Siamo davvero una categoria così pessima?
“Certe volte verrebbe da dire che siamo peggio che pessimi. Ma la nostra categoria in fondo è il sale della democrazia, quello che ci distingue dai Paesi dittatoriali. Anche se nelle classifiche sulla libertà di stampa – a mio avviso esagerando – ci piazzano sempre agli ultimi posti. Colpa pure mia e tua, caro intervistatore: io perché sono stato condannato in primo grado a un anno, senza attenuanti generiche, per diffamazione; tu perché ‘ti sei fatto perquisire’ un paio di volte in pochi mesi. Come possiamo dire che ‘anche oggi non ci ha sparato nessuno’?”.

Mafia e terrorismo, è uno dei mix esplosivi di questo thriller. Da un po’ di tempo si è iniziato a parlare di terrorismo anche nelle indagini siciliane. Certe volte penso a bassa voce e mi chiedo come si potrebbe porre un boss di fronte a uno dalla pelle scura che si muovesse nel suo territorio.
“Non è questione di pelle. I più pericolosi jihadisti sono nativi europei. Il terrorismo purtroppo lo stiamo solo aspettando: prima o poi, non vorrei essere né facile profeta né attassatore, arriverà. Nel mio racconto è l’acciarino che farà scattare la scintilla e detonare tutto, implodere un Paese intero”.

Nel tuo libro leggo una forte vena surreale. Surreale lo è anche la realtà?
“Soprattutto la realtà. Perché durante il sequestro Moro ci fu una seduta spiritica e venne fuori il nome di Gradoli: ovviamente lo spirito non aveva detto che era una via e non un paese. Uno dei partecipanti a quella seduta è stato capo del Governo e per poco dello Stato. Poi per diciotto giorni, preso un capomafia, il suo covo non fu perquisito. E queste non sono invenzioni da fiction romanzata: sono pura realtà. Così come il fatto che pentiti e presunti supertestimoni hanno continuato a delinquere sotto la protezione dello Stato: e anche questo è vero, non è inventato”.

Nella figura del Capitano, protagonista del libro, rivedo la figura di tanti uomini che la lotta la mafia la fanno sul serio. Senza tweet e senza chiacchiere.
“Non vorrei chiamarli eroi silenziosi, perché eroi non sono. Penso a gente la più varia, da Lillo Zucchetto a Beppe Montana e Ninni Cassarà. E penso soprattutto a quelli che vivono quasi con la necessità di giustificare perché non gli spari nessuno. Una volta sentii fare un discorso del genere, con riferimento anche alla nostra categoria professionale, a un importantissimo magistrato. Come dire: l’unico buono tra voi è quello morto, gli altri avrete sicuramente qualcosa da nascondere o siete scarsi… E questi sono gli esperti di mafia, quelli che dicono di fare la lotta a Cosa nostra”.

Un’ultima curiosità: c’è un calcio di rigore non tirato, alla base di tutta questa storia. È un episodio vero della tua vita?
“Verissimo. Coloro che lo vissero con me probabilmente non se lo ricorderanno. Solo a me rimase questo trauma, di non avere voluto tirare e di avere poi dovuto essere grato a chi lo fece al posto mio. Per riprendermi ci ho dovuto scrivere un libro”.

 


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