La protesta dei bancari catanesi |“Micheli a casa vacci tu”

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31 Ottobre 2013, 16:53

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CATANIA – I bancari italiani tornano a scioperare dopo nove anni. Anche la certezza incrollabile del posto in banca non esiste più. Lo sanno bene gli operatori del credito che hanno scioperato in tutte le città del Paese. Catania non ha fatto eccezione. Sono tantissimi i lavoratori che hanno preso parte al flash mob di protesta contro la decisione dell’ Abi di disdire anticipatamente il Contratto Nazionale Collettivo dei bancari. “Micheli, a casa vacci tu”, lo slogan dei bancari, indirizzato al numero due di Abi, la dice lunga. La precisazione che capeggia sui cartelli dei lavoratori, pure: “Siamo bancari, non banchieri”. Così la sede dell’Unicredit di Corso Sicilia diventa teatro di denuncia da parte “degli operai del credito”, ormai stanchi della gestione dei “piani alti” orientata al profitto sfrenato.

“Con quello che guadagna un manager si possono assumere 400 lavoratori” fanno notare i bancari catanesi. “Lo sa a quanto ha percepito di buonuscita un amministratore delegato che ha creato danni all’azienda? Sette milioni di euro”. Le cifre parlano da sole: esiste una sproporzione tra i compensi dei lavoratori e quelli dei manager, ma soprattutto sacrifici e tagli riguardano soltanto i primi. I motivi dello sciopero lo dicono a chiare lettere: “Il mantenimento del fondo di solidarietà, contro le minacce di nuovi tagli a occupazione e retribuzioni”. A rischio ci sono circa 309.000 posti di lavoro. Gli operatori del credito vengono considerati “troppi e troppo poco flessibili” e la disdetta anticipata e unilaterale del contratto da parte dell’Ab non fa ben sperare. La decisione ha visto un compatto fronte del no, costituito da otto sigle sindacali di categoria: Dircredito, Fabi, Fiba/Cisl, Fisac/Cgil, Sinfub, Ugl Credito, Uilca e Unita’ Sindacale Falcri Silcea.

“L’Abi ha dato uno schiaffo alla nostra categoria”, dice Tiziana Scandura, segreteria provinciale della Fisac Cgil di Catania. La sindacalista denuncia i rischi degli esuberi previsti dalla riorganizzazione. “Non vogliono la nostra professionalità, a cinquant’anni ci considerano obsoleti”. “Dobbiamo andare via, ma non abbiamo un fondo di settore che accolga chi esce da questo comparto, i 35000 esuberi non troverebbero nessuna collocazione fino all’erogazione della pensione”.

Un traguardo sempre più lontano, tenuto conto delle scelte dell’ex Ministro Fornero in tema di età pensionabile. Oltre al danno la beffa, se si tiene conto che i dipendenti dei vari istituti di credito hanno versato una quota dei loro stipendi per incrementare un fondo per l’occupazione giovanile. “Noi protestiamo perché nel contratto disdetto c’era un fondo per l’occupazione giovanile e solo i lavoratori avevano messo i soldi non i manager, l’associazione ha tradito lo spirito di un accordo, L’Abi vuole un mondo senza regole”.

Il ragionamento dei lavoratori è complessivo, i bancari additano un modo di concepire la banca, che è mutato con il passare del tempo, in peggio. “Oggi si concepisce la banca come una semplice rete di vendita e la clientela come un parco buoi a cui piazzare prodotti per fare profitti”. “La banca non è più intesa come un ente che deve aiutare il Pese finanziando lavoro e imprese”, continua Scandurra. Tanti, inoltre, i punti di domanda ancora aperti. O meglio, quesiti ai quali l’Abi non ha dato risposta: il perché della disdetta anticipata del contratto nazionale, del mettere a rischio il del fondo di solidarietà, il silenzio sui nomi dei manager che non hanno versato il contributo del 4% al fondo dell’Occupazione, sulle consulenze milionarie, sul proliferare dei posti in Consiglio di Amministrazione e sulle buonuscite milionarie.

I lavoratori, inoltre, chiedono a gran voce un’inversione di rotta: “Aprite i rubinetti del credito per rilanciare gli investimenti”. I bancari rimangono in attesa di risposte, ma già temono le ricadute delle manovre messe in atto. “In quanto città del Sud Italia, Catania potrebbe risentire ulteriormente della scelta dell’ABI di puntare ai contratti firmati banca per banca”, dicono i sindacati. “Il rischio è che le piccole banche presenti sul territorio, formulino contratti su misura” con una conseguenza: “trattamenti economici diseguali rispetto ad altri colleghi a parità di professionalità e d’impegno”. Saranno soprattutto le donne meridionali, spesso costrette a optare per il part time a causa dei servizi di welfare insufficienti sul territorio, a patire la nuova riorganizzazione sia in termini di progressione di carriera e che di mobilità territoriale.

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31 Ottobre 2013, 16:53

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