Politica

La Russa, il colonnello con i gradi di diplomatico in Sicilia

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13 Ottobre 2022, 13:35

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ROMA – Ignazio La Russa, classe 1947, paternese doc è il nuovo presidente del Senato. Il quarto siciliano a ricoprire la seconda carica dello Stato (dopo Giuseppe Paratore, Renato Schifani e Piero Grasso) è stato negli ultimi mesi uno dei protagonisti indiscussi della partita delle regionali. 

Il fondatore di Fratelli d’Italia va annoverato tra le eminenze grigie che hanno mosso i fili delle trattative di questa House of Cards in salsa sicula. Il colonnello viene inviato in missione in Sicilia, su mandato della leader Giorgia Meloni, per sbrogliare la matassa elle elezioni regionali. Il primo banco di prova sono le amministrative palermitane, da qui parte l’operazione per sostenere il bis di Musumeci e mettere all’angolo gli oppositori annidati nei vari partiti della maggioranza. I malpancisti già tempo lavorano a un altro piano, portare FdI ad accettare una proposta (che almeno sulla carta) non si può rifiutare: Raffaele Stancanelli. Uno dei loro, acerrimo rivale di Musumeci che piace ai partiti della maggioranza sempre più insofferenti. Ma torniamo a La Russa. 

Il patriota lavora al dossier palermitano e rivestirà un ruolo cruciale della mossa che spariglierà le carte a Miccichè e company. Insieme a Gianpiero Cannella sarà tra gli ispiratori della celebre “mossa del cavallo”. I meloniani giocando d’anticipo, ritirano la candidatura di Carolina Varchi e convergono su Roberto Lagalla (assessore di Musumeci). A quel punto gli azzurri ritirano la candidatura di Cascio e vanno su Lagalla. Il resto della storia è noto: l’ex rettore diventa sindaco e i meloniani piazzano la loro bandierina (il vice sindaco Carolina Varchi). Le vicende di Palermo servono anche a dimostrare che l’unità della coalizione non si può mettere in discussione. Nel frattempo La Russa tenta invano di riportare Stancanelli a più miti consigli, ma la fronda continua a lavorare sotto traccia. Alla fine sarà proprio La Russo a sbarrare la corsa dell’amico di una vita opponendo un netto rifiuto. “A casa nostra decidiamo noi”, è il mantra di quei giorni. Le vicende sicule confermano una delle principali caratteristiche che avversari e alleati riconoscono a Ignazio La Russa: perseguire un obbiettivo chiaro seguendo percorsi arzigogolati.  

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La strada per il bis di Musumeci è sempre più stretta. Poi il processo subisce un’accelerazione: cade il governo Draghi. Le trattative sono ferme, il centrodestra è davanti a un vicolo cieco. Tocca allora al solito La Russa e a Salvo Pogliese muovere una pedina destinata a cambiare le carte in tavola e dare un’accelerata. Nasce così l’idea dell’election day. Musumeci si dimette e si accorpano le due tornate elettorali, una mossa che spiazza gli avversari (interni ma anche quelli esterni alla coalizione) che, secondo i meloniani, sono ben lontani dalla possibilità di esprimere un nome alternativo. Saltato Stancanelli (con la complicità di qualcuno che siede al tavolo delle trattive), Miccichè prova a giocare la sua partita e presenta una rosa di nomi (tra i quali anche il proprio) che trova ostacoli.  

Nomi ritenuti irricevibili da parte di FdI. Poi le cose vanno diversamente. Berlusconi propone Schifani, FdI dice si per tentare l’ennesima mossa del cavallo sapendo che Miccichè avrebbe detto di no (e che a quel punto si sarebbe tornati su Musumeci in modo definitivo). Il no in effetti arriva, ma dura poche ore e si tramuta in sì: così tra i due litiganti, la spunta Renato Schifani. Un pareggio che pone fine al muro contro muro e tiene insieme la coalizione. Il resto è storia recente. L’ex presidente del Senato diventa presidente della Regione. Un altro siciliano oggi, nel giorno della proclamazione di Schifani, viene eletto seconda carica dello Stato a palazzo Madama dove adesso siedono, per ironia della sorte, Nello Musumeci e Gianfranco Miccichè.  

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13 Ottobre 2022, 13:35

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