Lavoro in carcere, i soldi ci sono | Mancano gli spazi disponibili - Live Sicilia

Lavoro in carcere, i soldi ci sono | Mancano gli spazi disponibili

La legge sul reinserimento è lettera morta
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In teoria ci sarebbe una legge approvata dal Parlamento siciliano per finanziare le attività lavorative dei detenuti che facciano richiesta di un contributo. Ci sono cinquecentomila euro da rosicchiare. Un massimo di finanziamento di 25 mila euro a testa. Si direbbe un segnale concreto, una dimostrazione di interesse. “Purtroppo – spiega Lino Buscemi, dell’ufficio del garante per i diritti dei detenuti in Sicilia – in molti casi quella norma giustissima non è applicabile”. Come mai? “Ma se lo immagina un detenuto che vuole impiantare una falegnameria nelle nostre prigioni? I penitenziari siciliani a parte qualche lodevole eccezione, non sono dotati di spazio per le attività. I piccoli lavoretti in ceramica si possono tollerare, le piccole cose degli artigiani. Per il resto… L’unica sarebbe la concessione del trasferimento, ma c’è il problema del sovraffollamento”. Buscemi è un osservatore attento e un interlocutore competente e appassionato della sua materia. Sotto la guida di Salvo Fleres, l’ufficio del garante ha ricevuto un nuovo impulso per l’affermazione dei diritti dei detenuti. L’elencazione delle spine che affliggono la situazione è stata fin qui puntuale. “La legge – spiega Buscemi – riguarda anche le pene alternative. Ma il nodo è in carcere. Non ci sono gli spazi. E i direttori sono costretti a negare le autorizzazioni, spesso a malincuore. Noi vorremmo che almeno sospendessero il giudizio”. Una bella contraddizione. Una delle tante che Buscemi sta raccogliendo nei suoi viaggi (tanti) all’interno del sistema carcerario siciliano. Spesso gli istituti sono indecenti, “al limite della costituzionalità”. A Catania ci sono i topi. A Favignana i carcerati aspettano nudi in corridoio il turno della doccia, con la pioggia o col sole. E la storia penitenziaria è piena di beffe. La legge per il reinserimento lavorativo c’è. Ma spesso resta lettera morta.


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Commenti

    Dice, i detenuti hanno i loro diritti. Giusto. Dico, anche le loro vittime avevano il diritto di starsene in santa pace. Dice, nessuno tocchi Caino. Intanto il povero Abele è sottoterra. Dice, li dobbiamo recuperare. Giusto. Dico, dobbiamo fare in modo che ci siano sempre meno detenuti creando più lavoro. Dice, durante la detenzione devono imparare un mestiere per quando usciranno. Giusto. Dico, che il mestiere lo imparino con i lavori forzati. Potremmo costruire strade, scuole, ospedali e perfino il ponte di Messina con 60.000 persone(tanti credo siano più o meno i detenuti in Italia. Questo il ragionamento che faccio. Se uno rapina una banca e ruba, che ne so, 20.000 euri. Dovrà lavorare in galera fino a risarcire i 20.000 euri. Altrimenti è tutto inutile. Il crimine sarebbe di gran lunga più conveniente dell’onestà. Infatti il rapinatore, che si presume con un basso titolo di studio o preparazione professionale, normalmente in un anno guadagnerebbe a 1.000 euri al mese 12.000 euri. Spiegategli perchè dovrebbe lavorare un anno per 12.000 quando in 5 minuti se ne fa 20.000. E poi sbaglio o la detenzione a Palermo viene chiamata la villeggiatura?
    Signori non prendiamoci in giro devono prima pagare per quello che hanno commesso e poi essere recuperati. Il sistema carcerario italiano ha un modello che la storia ha bocciato, prendiamone atto e cambiamo pagina. Basta un po’ di coraggio.

    Scusate, ma volevo aggiungere qualche altra considerazione. La vittima o meglio le vittime oltre al danno ricevono anche la beffa. Con le loro tasse vengono pagati i loro aguzzini che scontano la pena. E’ lapalissiano che ci sia qualcosa che non funziona.

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