Catania

Le ansie del boss per il pentito| Le intercettazioni in carcere

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06 Luglio 2020, 16:37

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CATANIA – Potrebbero esserci indagini che si incrociano. E spazi che si nascondono tra i ‘tanti omissis’ degli atti giudiziari dell’inchiesta Camaleonte, che alcune settimane fa ha stroncato – da ogni lato – il clan Cappello-Bonaccorsi. Quando la Squadra Mobile di Catania comincia ad aprire varchi tra le pieghe dei tre gruppi operativi che si muovono sotto l’effige della cosca mafiosa catanese è il 2017.

Le intercettazioni dei colloqui in carcere di Sebastiano Sardo, detto Occhiolino, portano le attenzioni degli investigatori alla figura di Mario Strano che avrebbe – attraverso un’intesa con Giovanni Crisafulli, figlio di Francesco Crisafulli ‘cacazza – preso le ‘redini’ del traffico di stupefacenti. ‘Acchiana e Scinni, vecchia guardia del clan Santapaola di Monte Po che nel 2007 decide di lasciare la ‘famiglia’ di Nitto e allearsi con Sebastiano Lo Giudice u carateddu (Cappello-Bonaccorsi), in quell’anno è un sorvegliato speciale. L’anno prima ha finito di scontare la sentenza scattata dal processo Revenge, uscendo indenne da un’accusa di omicidio. Nel 2016, da uomo libero, siede nel banco dei testimoni nell’aula bunker di Bicocca nel processo di Raffaele Lombardo. Ma poi fa un passo falso: decide di passare il ferragosto del 2017 ad Altavilla Milicia, nel palermitano. Tutta la famiglia in vacanza. Il nome di quell’ospite nel bellissimo hotel sul mare però una volta che arriva – come vuole prassi – nel portale della Questura non può di certo passare inosservato. E così il ferragosto Mario Strano, nonostante il tentativo maldestro di sfuggire all’arresto, lo passa al carcere di Termini Imerese dove resta qualche mese. Per gli affari a Catania – secondo quanto ricostruiscono gli investigatori – c’è il genero Luigi Scuderi.

A settembre su LiveSicilia è pubblicata una notizia che preoccupa la famiglia Strano: Sebastiano (Occhiolino) è diventato un collaboratore di giustizia. Ed è caccia ai verbali del pentito, per ‘capire’ e ‘comprendere’ se ci siano riferimenti al boss di Monte Po, con residenza a Picanello. Le ansie di Mario Strano arrivano dritte all’orecchio degli investigatori della Squadra Mobile etnea che – grazie alle microspie – seguono in diretta i colloqui in carcere durante la detenzione a Termini Imerese. Il 2 ottobre la moglie, finita in gattabuia anche lei (assieme alla figlia) nell’ultimo blitz della Polizia di Catania, va a trovare il marito che cerca di “rassicurarlo”: dalle sue “indagini” interne non ci sarebbe alcun riferimento al marito.  

Mario Strano: …di quelli che sono comparse le dichiarazioni… di coso di chi… di “occhiolino”…
 
Anna Russo: sì…ma non c’è…
Mario Strano: vabbè perché loro hanno il processo … ma chi “occhiolino”? E che dice …
 Anna Russo: Mario non lo so e non lo voglio sapere…
Mario Strano: ma dimmelo…
Anna Russo: “non c’è è basta…”

Un piccolo stralcio, con omissis prima e dopo quella conversazione citata dal gip. Chissà di cosa discutono il boss e la moglie. Forse c’è anche la risposta a quella trasferta palermitana così singolare nel 2017. Potrebbero essere molte  le motivazioni: incontri in quella parte della Sicilia legati agli affari criminali? O una fuga da Catania necessaria? Magari il rischio del carcere sarebbe stato calcolato. E la vacanza una copertura pianificata “in famiglia”. 

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06 Luglio 2020, 16:37

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