L’omicidio di Franco Mazzè allo Zen | Il giallo pistole, caccia al terzo uomo

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10 Aprile 2015, 15:15

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PALERMO – Il giallo delle pistole e la caccia ad un terzo uomo. Le indagini sull’omicidio di Franco Mazzè, allo Zen, sono tutt’altro che chiuse. A bordo della Panda Blu utilizzata dai killer anche per fare fuoco contro la casa del nipote della vittima, Michele Moceo, c’era un’altra persona assieme a Fabio Chianchiano, accusato del delitto, e al complice e autista Stefano Biondo. Lo dicono gli investigatori e lo confermano le fonti confidenziali del popolare rione palermitano.

Il film della giornata di follia allo Zen inizia con una lite al bar, prosegue con l’omicidio di Mazzè in pieno giorno e si conclude con le pistolettate contro le pareti di casa Moceo. Quest’ultimo episodio doveva essere un segnale per il nipote della vittima, un invito a stare nei ranghi, ma ha rischiato di essere un secondo omicidio. Moceo è vivo per miracolo. Era uscito dall’abitazione al piano terra di via Ignazio Mormino una manciata di secondi prima che Chianchiano arrivasse in macchina.

Le immagini della Panda Blu non chiariscono il numero delle persone a bordo. Si vede Chianchiano scendere e fare fuoco per poi risalire in auto dal sedile posteriore. C’era un terzo uomo, come dicono i confidenti? Confidenti che, del resto, hanno giocato un ruolo decisivo nelle indagini. Ad esempio ad una gola profonda si deve il ritrovamento della pistola utilizzata da Chianchiano. Sentito dai poliziotti della Omicidi della Squadra mobile aveva detto di avere gettato la pistola in strada, forse vicino ad un tombino. Poi è arrivata una telefonata al 113. Qualcuno avvisava i poliziotti che l’arma, una semiautomatica Taurus calibro 9×21, era nascosta in mezzo all’erba di un’aiuola di via Leonardo Pisano.

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Sul posto dove hanno crivellato di colpi Mazzè, in via Gino Zappa, c’erano anche dei proiettili di calibro 7.65. Chianchiano ha detto di avere fatto fuoco contro Mazzè per evitare che il rivale per la gestione del territorio, a sua volta, gli sparasse. A suo dire, infatti, Mazzè, che gli avrebbe conteso la piazza della droga, era armato. Della pistola, però, non c’è traccia. Come del terzo uomo, del resto.

E qui si innesta un altro giallo. Contro Mazzè sono stati esplosi cinque colpi. Tre lo hanno raggiunto in pieno volto e tre di striscio. Nel collo di Mazzè è rimasto conficcato il bossolo che contiene il proiettile e che solitmente rimane sul campo una volta premuto il grilletto. Si tratta di un proiettile calibro 7.65. Tre le ipotesi: Mazzè potrebbe essersi colpito da solo nel tentativo di rispondere al fuoco; la pistola era stata caricata con proiettili di calibro diverso (soluzione possibile, ma rischisa per chi spara); c’era un altro killer sul luogo del delitto, il terzo uomo misterioso.

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10 Aprile 2015, 15:15

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