Cronaca

L’uomo nero e la macchina del pizzo: ascesa di un nuovo capo

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27 Gennaio 2021, 12:52

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PALERMO – Poco più di 60 anni e una sfilza di precedenti penali per mafia ed estorsione. Francesco Palumeri, che tutti chiamano l’uomo nero per via della sua carnagione scura, era titolare di un’impresa edile riferibile a Sandro Lo Piccolo e per questo finita sotto sequestro. Da ieri è stato di fermo assieme ad altre quindici persone.

La sua vicinanza al figlio del capomafia Salvatore ha spinto la sua scalata al potere. Tra i tanti guai giudiziari nel passato di Palumeri c’è una condanna a 10 anni per mafia. Dal giorno della sua scarcerazione, avvenuta nel 2016, era sottoposto alla libertà vigilata.

Il suo primo incarico di rilievo è stata la reggenza della famiglia di Partanna Mondello a partire dal 2016. Nel frattempo la sua impresa edile si piazzava, direttamente e non, nei cantieri della zona.

A Palumeri bisognava, sempre e comunque, rivolgersi quando c’era da lavorare a Partanna Mondello. Francesco Taormina, ad esempio, diceva: “C’è un lavoro qua… se lo dovrebbe prendere Totuccio, gli devo dire a Palumeri che… glielo deve fare prendere a Totuccio”. Il costruttore avrebbe potuto lavorare solo dietro autorizzazione di Palumeri.

Ad un certo punto Palumeri ha fatto il salto di qualità. Di lui si diceva che “là lui c’era messo, è inutile che ci mettiamo a… quello è importante, quello è meno importante ma a quello ci misero mica a me”. Il suo grande sponsor sarebbe stato Calogero Lo Piccolo, presente alla nuova riunione della cupola di Cosa Nostra convocata nel maggio 2018 dopo decenni di inattività dovuta all’arresto di Totò Riina. Lo Piccolo si fece accompagnare da Palumeri all’appuntamento e lo scelse come suo vice nonostante fosse originario di un’altra zona della città, quella di via Pitrè.

Giulio Caporrimo non l’aveva presa bene come diceva nei suoi monologhi rabbiosi durante l’esilio a Firenze dove aveva deciso di trasferirsi. Era pronto a tutto. “… io a questo ci sparo e poi ce la minano… non ci credi? E poi vedi… o ho l’impressione che ci sparo… e ora ti metto fuori famiglia io”.

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Ed invece in un primo momento toccò a Caporrimo farsi da parte. La comunicazione ufficiale gliela diede lo stesso Palumeri che andò a trovarlo in un ristorante a Mondello dove Caporrimo stava festeggiando la cresima della figlia nel febbraio scorso.

Il giorno prima Palumeri preparava, parlando con un amico, il discorso pieno di metafore da fare a Caporrimo: “… domani ci devo dire all’amico mio… il porco gli dice all’asino: guarda che sono bello, bello grasso… a me mi portano il mangiare… a te ti fanno lavorare e mangiare poco… e l’asino gli dice: lo sai che mi alzo la mattina e mi vado a guadagnare la giornata… mi ritiro… a me mi danno le cose migliori… lo vedi che sono bello grasso?… viene l’asino e gli fa… ma vedi che tu non sei quello dell’anno scorso.… tu pensi che domani sbaglio?… non è che è offensivo?”. Insomma a Caporrimo avrebbe detto che le cose erano cambiate, ormai comandava lui.

Che Palumeri avesse preso il potere emergerebbe dalle estorsioni che avrebbe organizzato. Sono tredici quelle ricostruite dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca e dai sostituti Amelia Luise, Dario Scaletta e Felice De Benedittis. In cinque, fra commercianti e imprenditore, hanno denunciato come ha ha fatto il costruttore che ha realizzato delle ville in via Chimera.

Palumeri avrebbe inviato Francesco Finazzo, Francesco Adelfio e Marcello Bonomolo per convincerlo a rinunciare alla realizzazione degli impianti. Adelfio lo avrebbe anche preso per la gola e minacciato pretendendo 50 mila euro. Così ha raccontato l’uomo: “Senza dirmi alcuna parola, mi afferra immediatamente per il collo, sbattendomi al muro e dicendo testualmente: non ti ammazzo perché ti conosco e io so che tu sei una persona perbene e non capisco perché mi hanno fatto immischiare a me, perché dovevano venire due che ti dovevano lasciare morto a terra per farti capire che tu devi lasciare 50 mila euro dei lavori che tu hai fatto qui dentro al signor Finazzo… che poi che li andiamo a ritirare noialtri da Finazzo… Sappiamo che hai una figlia in Francia e sappiamo dove abita insieme ai tuoi due nipoti… I nuovi che sono usciti ora sono gente pericolosa e vecchio stampo, non ti vengono a bruciare la macchina, ma ti ammazzano direttamente”.

La tassa di Cosa Nostra doveva pagarla tutti. Un impresario di pompe funebri fu costretto a versare nella casse mafiose 900 euro perché si era permesso di lavorare senza autorizzazione. Ad un certo punto, però, Caporrimo sarebbe rientrato in gioco forte dell’appoggio di alcuni fedelissimi. Una situazione che Palumeri avrebbe subito senza reagire. Ma questo è un capitolo investigativo ancora da sviluppare.

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27 Gennaio 2021, 12:52

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